lunedì 2 novembre 2015

Noto, il sisma del 1693 e le ragioni di una rinascita




La rinascita di Noto, fatta di intarsi lapidei screziati di dorato e di tratteggi urbanistici eleganti, è legata al coraggio della sua antica classe aristocratica. Furono i nobili più innovatori, infatti, che dopo il terremoto del 1693 vollero la ricostruzione della città non più sulle ceneri di quella antica, come già avvenuto dopo il sisma del 1542, bensì su un altro luogo. Ex novo. Non più, dunque, quella Netum che troneggiava sulla rupe di Alveria dall’età preistorica, ma una città nuova. Proiettata sul futuro. Che lasciava la montagna per sfruttare una risorsa nuova: il mare.   
 «Noto antica - dice lo storico d’arte Paolo Giansiracusa - sorgeva sul colle Alveria, su un abitato di orgini greche che, a sua volta, giaceva sul perimetro di una città ancora più antica. Così, la Noto che nel 1693 viene colpita dal terremoto è quella che si perpetuava nel tempo: sempre nello stesso sito, sempre sulla stessa rupe. Dalla preistoria al barocco, passando per il Medioevo e il Rinascimento». Una città che non si era mai spostata per il consolidamento di interessi e agevolazioni fiscali: Noto era città demaniale, infatti, e come tale apparteneva direttamente alla corona con conseguenti privilegi per i grandi feudattari che godevano di franchigie e del possesso del territorio, uomini e cose compresi. Ma a differenza del 1542, Giansiracusa evidenzia che nel 1693 dal punto di vista economico e politico i tempi erano maturi per una svolta. «I nobili e coloro che avevano possedimenti e beni - dice il docente - si resero conto che una città su una rupe avrebbe avuto poche speranze per svilupparsi e avere una crescita nuova non più legata ai feudi ma a nuove dinamiche. La Noto medievale è quella dei pastori, dei contadini e appunto dei feudatari. Ma ora le città guardano al mare: non vi è più la pirateria del ‘500 e l’oro blu è una risorsa da sfruttare. Lo dimostreranno poi, tra l’altro, le tonnare della zona sud la cui maggiorparte apparteneva ai netini».

Questo nuovo orientamento economico e sociale non può giustificarsi con una città arroccata sui monti, ma serve un luogo pianeggiante, vcino al mare, con strade più ampie. Serve un nuovo assetto urbanistico. «I nobili innovatori - dice Giansiracusa - a differenza dei conservatori più legati alla pastorizia e all’agricoltura, prima ancora che la corona spagnola avesse deciso lo spostamento dal monte alla pianura, scesero nelle campagne e delinearono la nuova città lottizzando il territorio. Già prima che si facessero i muri di pietra, questi aristocratici avevano costruito confini con puntelli di legno come svelano anche recenti scavi archeologici». E fu così che quando il duca di Camastra Giuseppe Lanza fu inviato dal re per redimere la questione tra innovatori e conservatori, si trovò dinanzi a un’opportunità. Il duca era una sorta di responsabile della protezione civile del governo e chiese ai nobili se la nascita di una nuova città comportasse una maggiorazione di spesa per la corona.  «Il laico volle sapere se le fortificazioni, le piazze o gli acquedotti avrebbero dovute farle il re - aggiunge il docente -. Ma quella che stava nascendo non era più una città del’età del medioevo, ma di epoca moderna. Gli aristocratici innovatori convinsero anche i vari ordini religiosi a spostarsi. Gesuiti, domenicani e benedettini ebbero allettanti promesse per la costruzione di conventi maestosi e prestigiosi. Il re non potè dire di no e si diede al via alla nascita della nuova Noto a cui presero parte, dopo un certo periodo, anche i conservatori». Fu così che nacque una città innovativa che guardava all’Europa. Alle mirabili architetture e alla leggiadria del più puro barocco. Noto è molto di più del simbolo della ricostruzione post-sisma. E’ il segno di una volontà più ardita di rinascita rispetto alle altre città come Siracusa, per esempio, dove non si ebbe il coraggio di radere al suolo case e monumenti come, invece, accadde a Catania. Noto aveva una possibilità unica: ricostruire ex novo, in aperta campagna. E lo fece nel segno di un’altra grande innovazione: una visione progettuale organica. Affidata a un solo uomo: Rosario Gagliardi. 
 «Tutto quello che venne costruito a Noto - aggiunge Giansiracusa -, anche se progettato da altri illustri architetti tra cui Paolo Labisi e Vincenzo Sinatra, quest’ultimo autore del palazzo del Senato, venne coordinato da Gagliardi che assurse a ruolo di “architetto
di città”. Non vi furono, dunque, singole architetture ma ogni opera venne inserita dentro un mosaico secondo una visione urbanistica unica. A Noto l’organicità diviene continuità». E il risultato è la meraviglia di palazzi, strade, piazze e scorci mozzafiato. Opere che sono un patrimonio dell’umanità.
 

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