giovedì 27 agosto 2026

Comiso, apre le porte un nuovo museo intitolato al maestro ceramista Nino Caruso.

Il Museo “Nino Caruso” apre le porte. Il Comune di Comiso inaugura un nuovo spazio dedicato alla memoria, alla ricerca e alla valorizzazione di uno dei grandi protagonisti della ceramica contemporanea con l’obiettivo di illustrare il suo linguaggio, la sua visione e il legame profondo con la materia ceramica.




Comiso fa parte della Rete dei Musei Comunali promossa da Anci Sicilia, un’iniziativa strategica che connette oltre 100 comuni e più di 200 siti dell’Isola. Questo importante network nasce con l’obiettivo di valorizzare, digitalizzare e mettere a sistema le realtà culturali civiche e locali, creando un vero e proprio “arcipelago” d’arte. Attraverso strumenti tecnologici avanzati, itinerari geolocalizzati e una promozione integrata, la rete di Anci Sicilia contribuisce a contrastare l’isolamento dei centri minori, trasformando la ricchezza culturale diffusa in un volano di sviluppo economico e turistico sostenibile per l’intero territorio regionale.



Il nuovo Museo intitolato a Nino Caruso espone oltre cento sculture e manufatti rappresentativi della ricerca e del contributo alla ceramica contemporanea del Maestro che ha inteso affidare alla comunità, cui era fortemente legato, un patrimonio capace di testimoniare il suo percorso creativo di rilievo internazionale e, al contempo, di generare nuove opportunità di crescita culturale per il territorio. Un’istituzione culturale aperta al confronto con la complessità del presente, interprete delle trasformazioni sociali e culturali attraverso linguaggi, pratiche e forme di coinvolgimento sempre più aperte e interdisciplinari. Un presidio culturale stabile e riconoscibile integrato, nel sistema culturale del Comune di Comiso, al Museo Civico di Storia naturale.




Figura centrale nel rinnovamento della ceramica del secondo Novecento, Nino Caruso ha contribuito al superamento della dicotomia tra arte e artigianato, collocando il materiale ceramico nel campo della ricerca plastica, architettonica e urbana, nonché nel dialogo con il design contemporaneo. La sua attività – dal ruolo nel World Crafts Council alla fondazione del Centro Internazionale di Ceramica a Roma, fino all’impegno didattico e seminariale in Europa, Stati Uniti e Giappone – testimonia una concezione dell’arte come pratica condivisa e come trasmissione strutturata del sapere. Scrisse di lui un’importante rivista internazionale: “…una figura straordinaria, protagonista dei movimenti artistici del secondo dopoguerra.... è stato un ambasciatore internazionale della ceramica nei cinque continenti”.

Ha esposto in tantissime mostre e realizzato importanti interventi di arte pubblica. Affermò il suo ruolo sulla scena internazionale già negli anni Sessanta, con importanti esposizioni, tra le quali la Mostra Internazionale di Arte Ceramica Contemporanea nel 1964 in occasione delle Olimpiadi di Tokyo in Giappone, Paese che lo ha apprezzato al punto da dedicargli una grande retrospettiva anche dopo la scomparsa. Stessa cosa ha fatto il Museo Internazionale delle Ceramiche in Faenza con la retrospettiva Nino Caruso – Forme della Memoria e dello Spazio curata dalla Direttrice Claudia Casali.




La Presidenza della Repubblica Italiana, nell’ambito del progetto Quirinale Contemporaneo, ha acquisito nel 2022 la scultura Memorie di Sicilia, esposta nei giardini della Tenuta presidenziale di Castelporziano.

Il Museo occupa uno spazio dell’ex Mercato Casmeneo voluto dallo stesso Caruso, completato grazie a un finanziamento del Ministero della Cultura nell’ambito del Piano per l’Arte Contemporanea del 2024. Il progetto di allestimento è stato redatto dall’Architetto Michele Liccese insieme a Nino Caruso e con la collaborazione dell’Architetto Sandro La Perna.



Il percorso espositivo è articolato in tre grandi sale in cui le opere sono esposte con un criterio cronologico e tematico. In ognuna delle sale, in linea con gli indirizzi del Ministero della Cultura in materia di accessibilità, si avvia un percorso di fruizione tattile che consente ai visitatori di esplorare direttamente alcune opere originali attraverso il tatto, ampliando le possibilità di accesso alla conoscenza e all’esperienza estetica.

Sala 1. La serie Arcaica presenta opere realizzate con la tecnica a colombino, caratterizzate da immagini di esseri umani e altre creature viventi rifinite con uno smalto grezzo. Forme e decorazioni antropomorfe che traggono ispirazione da antiche anfore greche, da manufatti etruschi e dalla consistenza delle rocce dell'Addaura, in Sicilia. La serie Design presenta invece una serie di oggetti d’uso, dove le maioliche superano la funzione decorativa, realizzata attraverso l’applicazione dell’originale tecnica del colaggio frutto della sperimentazione che Caruso aveva sviluppato in ambito architettonico.

Sala 2. Opere realizzate perfezionando la tecnica del colaggio per esplorare lo spazio e realizzare sculture e opere murali legate a temi mitologici, topografici e all’architettura del Mediterraneo. Testimoniano il passaggio dalla dimensione dell'oggetto a quella dell'ambiente, segnando una fase in cui la ceramica diventa strumento per costruire relazioni tra superficie, luce e architettura. Le Lucerne, invece, reinterpretano forme della tradizione in un linguaggio essenziale.

Sala 3.

Presenta testimonianze di come la ricerca di Caruso lo condusse a concepire lo spazio come sistema costruttivo, applicato in architettura e nella produzione industriale, approccio al design che trova espressione in numerose installazioni in contesti internazionali.

Esposti alcuni elementi della collezione “Marazzi Forme”, primo esempio di industrializzazione dei moduli ceramici tridimensionali, che superarono la distinzione tra piastrelle per pavimenti e rivestimenti per diventare vere e proprie strutture architettoniche e arredi. “È proprio il rapporto costante per più di un decennio con l’industria ceramica a rendere unica la figura di Caruso nel panorama culturale italiano”, scrive il Curatore del Catalogo, Marco Meneguzzo.

A chiudere il percorso espositivo i Feticci, testimonianza dell'ultima stagione della ricerca di Nino Caruso, in cui sembra tornare alle domande essenziali che hanno attraversato tutta la sua produzione, la presenza umana, la memoria, il simbolo. Nella loro essenzialità, i Feticci appaiono come figure sospese tra antico e contemporaneo, affidando alla materia il compito di custodire ciò che resta dell'esperienza umana

Agrigento, non solo templi: affiorano case e decori di epoca ellenistica e romana

Le recenti indagini archeologiche nel Quartiere Ellenistico Romano della Valle dei Templi di Agrigento stanno restituendo un'immagine del tutto nuova della vita quotidiana, delle abitazioni e dei luoghi di culto dell'antica Akragas.

Le ricerche, condotte dagli archeologi del Parco Archeologico insieme al team dell'Università di Bologna, si sono concentrate sull'Isolato IV, portando alla luce elementi inediti che testimoniano secoli di riuso e continuità abitativa di monumenti e domus.

Mosaici, dipinti e un luogo di culto tardoantico

Tra le scoperte più rilevanti emerse nell'Isolato IV figurano le pitture murali e i mosaici pavimentali di un edificio dalla funzione singolare, affiancati dalle tracce di un ambiente di culto di epoca tardoantica.

Per chiarire i molti interrogativi su queste fasi storiche, le attività di ricerca proseguiranno nei prossimi mesi con lo studio di laboratorio sui materiali recuperati:

  • Reperti archeologici e ceramici, per definire la cronologia dei livelli di frequenza.

  • Resti osteologici umani e faunistici, utili a comprendere la composizione della popolazione e la dieta.

  • Evidenze carpologiche (semi e resti vegetali), fondamentali per ricostruire l'ambiente antico, l'agricoltura e le pratiche rituali delle comunità insediate nel sito.






Il confronto con Eraclea Minoa e la pittura antica

L'attività degli studiosi non si è limitata ad Agrigento. L'attenzione si è estesa all'edilizia residenziale e alla pittura murale antica nel vicino sito di Eraclea Minoa, permettendo un confronto diretto tra le tecniche costruttive e le scelte decorative utilizzate nei diversi contesti della Sicilia centro-meridionale.





Una nuova prospettiva: il Medioevo nella Valle dei Templi
I dati raccolti aggiungono un tassello fondamentale alla storia della città, dimostrando una continuità di vita che si spinge ben dentro l'età medievale.

A differenza della storiografia tradizionale, che leggeva spesso i secoli tardoantichi e medievali come un periodo di sola decadenza e impoverimento, i nuovi dati archeologici testimoniano fasi di reale sviluppo e riorganizzazione monumentale, capaci di riflettere trasformazioni urbane e sociali con una visione del tutto rinnovata rispetto al passato classico.



INFO PRATICHE PER LA VISITA


Dove si trova: Parco Archeologico e Paesaggistico della Valle dei Templi, Strada Statale 118, Agrigento (AG).

Orari di apertura: Tutti i giorni dalle 08:30 alle 20:00 (ultimo ingresso un'ora prima della chiusura). Durante i mesi estivi il Parco propone anche aperture serali e notturne.

Biglietto d'ingresso:

Intero: 14,00 € (parco) | 17,00 € (cumulativo Parco + Museo Archeologico Pietro Griffo).

Ridotto: 7,00 € per i cittadini UE tra i 18 e i 25 anni.

Gratuito: Per i minori di 18 anni e per tutti la prima domenica del mese.

Come raggiungere il Quartiere Ellenistico Romano: L'area abitativa si trova nella zona alta del Parco, accessibile dal varco di Porta V (contrada San Nicola), nei pressi del Museo Archeologico.

Sito ufficiale per prenotazioni: parcovalledeitempli.it

sabato 7 febbraio 2026

Icom: da Niscemi si guardi al futuro dei beni librari in Sicilia


La situazione in cui versa la Biblioteca storica “Angelo Marsiano” di Niscemi a seguito della frana non solo è oggetto di diffusa preoccupazione da parte della comunità nazionale ed internazionale, ma ripropone in maniera drammatica il tema della protezione e della gestione del nostro patrimonio culturale in condizioni di emergenza siano queste frane, alluvioni o terremoti.



A questo proposito ICOM Italia, insieme all’Associazione Italiana Biblioteche (AIB) e all’Associazione Nazionale Archivistica Italiana (ANAI) con le rispettive sezioni siciliane, esprimono la propria vicinanza e solidarietà alla cittadinanza di Niscemi in un momento critico per la vita sociale ed economica e, per quanto di loro competenza, sentono il dovere di intervenire per richiamare le implicazioni che questo caso emblematico pone sul piano della tutela e del soccorso del patrimonio culturale.

Come ormai è noto, la biblioteca, formata da migliaia di volumi e custodita fino ad oggi dagli eredi, che avevano espresso l’intenzione di consentire l’accesso e la fruizione a studiosi e cittadini, si trova oggi in una condizione di grave criticità in quanto collocata in un edificio esposto a fenomeni di dissesto con progressivo collasso verso valle. Il rischio per l’integrità fisica dei beni librari è quindi concreto e, sembra, quasi irreversibile. Analoghe preoccupazioni si esprimono per la Biblioteca comunale “Mario Gori” che si trova nell’attuale zona rossa ed è chiusa al pubblico.

Questo caso mette in luce, in modo esemplare, il tema della salvaguardia del patrimonio culturale in situazioni di emergenza. Quando un bene è esposto a pericolo imminente, o quando è colpito da fattori non programmabili, la tempestività delle decisioni, l’esistenza di procedure definite e la disponibilità di luoghi sicuri per il ricovero temporaneo diventano fattori determinanti per evitarne il danno o la perdita.

Sebbene il Ministero della Cultura abbia da tempo elaborato specifiche Linee guida in materia e si sia dotato di una struttura dedicata, oggi Istituto centrale per la gestione dei rischi, si può osservare che, in una regione a statuto speciale come la Sicilia, il quadro articolato delle competenze e la presenza di molteplici soggetti coinvolti (istituzioni, Protezione Civile, Amministrazioni regionali e Istituti della cultura) rappresentano un contesto nel quale il continuo dialogo e il coordinamento interistituzionale costituiscono elementi fondamentali per assicurare interventi tempestivi ed efficaci nei momenti critici.

ICOM Italia, che da molti anni, attraverso  il  Gruppo di Lavoro Prevenzione, Sicurezza ed Emergenza, ha prodotto documenti, individuato strumenti operativi e organizzato iniziative formative, spesso in collaborazione con l’AIB e l’ANAI e l’ICCROM (a titolo esemplificativo: Decalogo sugli interventi in caso di emergenze 2016;  Patrimonio Culturale a rischio – Evacuazione in emergenza delle collezioni, 2020), evidenzia come l’evacuazione delle collezioni debba rientrare in una pianificazione preventiva strutturata, fondata su serie valutazioni del rischio, sulla definizione delle priorità, e su una corretta documentazione e disponibilità preventiva di depositi sicuri.

ICOM Italia, AIB e ANAI alla luce di queste considerazioni e della lunga esperienza di studio e sul campo maturata in questi anni, sottopongono alla Vostra attenzione alcune proposte operative, volte non solo a gestire l’emergenza attuale, ma a rafforzare in modo strutturale il sistema regionale di tutela:

  1. promuovere, se sarà possibile, il salvataggio e il trasferimento in sicurezza della biblioteca Angelo Marsiano in una sede adeguata, d’intesa con gli eredi e con le Soprintendenze;
  2. attivare un tavolo tecnico regionale permanente sulla salvaguardia del patrimonio culturale, coinvolgendo Regione, Protezione Civile, MiC, AIB, ANAI, Università e competenze specialistiche;
  3. avviare una programmazione regionale per l’individuazione e l’allestimento di depositi di emergenza per beni culturali mobili, utilizzabili, in caso di calamità o situazioni di rischio, anche come centri di conservazione e restauro, sull’esempio di quanto già realizzato dal Ministero della Cultura nelle regioni colpite da terremoti o alluvioni;
  4. promuovere percorsi di formazione e protocolli operativi condivisi sul recupero dei beni culturali in emergenza, in collaborazione con la Protezione Civile e le istituzioni di tutela.

Si tratta di azioni che avrebbero un valore non solo contingente ma strutturale, contribuendo a rafforzare in Sicilia una cultura della prevenzione e della tutela del patrimonio culturale.

ICOM Italia, AIB e ANAI, attraverso le loro sezioni territoriali siciliane, in coerenza con la propria missione confermano la piena disponibilità a offrire il proprio contributo tecnico-scientifico e a collaborare a eventuali tavoli di lavoro istituzionali.

Antonella Pinna, Presidente di ICOM Italia
Laura Ballestra, Presidente di AIB

Erika Vettone, Presidente di ANAI 

lunedì 26 gennaio 2026

I tesori subacquei della Sicilia antica in mostra in Alabama.

La Sicilia subacquea più antica si racconta negli Usa. 



Inaugurata il 23 gennaio 2026 a Mobile, in Alabama (USA), la mostra “Sunken Treasures, Ancient Seas: Artifacts from the Deep”.

L’evento, sponsorizzato dalla J. L. Bedsole Foundation, WKRG TV-5 e The Dog HillFoundation, esplora l'affascinante mondo dell'archeologia subacquea in Sicilia. Sviluppata in collaborazione con la Soprintendenza del Mare della Regione Siciliana, presenta una selezione di siti archeologici sommersi e numerosi reperti recuperati nei fondali siciliani negli ultimi vent’anni di attività della Soprintendenza del Mare. Moderne tecnologie video trasportano il visitatore nelle profondità marine, in un viaggio di scoperta e di conoscenza.

I manufatti originali testimoniano le civiltà del passato, mentre le moderne attrezzature utilizzate per lo studio e per le indagini subacquee, raccontano le storie della loro scoperta, degli scavi e del restauro. Un’esposizione che svela le storie nascoste delle antiche civiltà che hanno attraversato il Mediterraneo.

Una serie di programmi educativi arricchiscono l'esperienza dei visitatori per accrescere il valore della mostra; sono infatti previste attività per bambini e conferenze sull’archeologia marittima.

La mostra sarà visitabile presso l'History Museum of Mobile dal 23 gennaio al 10 maggio 2026, dal lunedì al sabato dalle 9 alle 17 e la domenica dalle 13 alle 17.

La mostra è concepita e organizzata da Contemporanea Progetti di Firenze e dalla Soprintendenza del Mare di Palermo.

L'History Museum of Mobile è il luogo in cui viene presentata la storia della città di Mobile. Oltre 117.000 oggetti intrecciano la ricca, diversificata e spesso turbolenta storia di Mobile e dell'area circostante, dalla preistoria al presente. Situato nel cuore del centro città, il Museo Storico di Mobile gestisce quattro sedi: le mostre principali si trovano nell'edificio del Vecchio Municipio-Mercato Meridionale; il Colonial Fort Condé, l'Africatown Heritage House e il Phoenix Fire Museum.

Per ulteriori informazioni, visitare il sito: www.historymuseumofmobile.com

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martedì 20 gennaio 2026

Agrigento, la biblioteca Lucchesiana e il mercato clandestino dei libri antichi

La passione per i libri antichi infiamma il mercato clandestino sin dal Dopoguerra e racconta storie di uomini e di denaro. E proprio una storia di queste vede protagonista la biblioteca Lucchesiana di Agrigento considerata una delle più importanti d’Italia con i suoi 80.000 preziosi volumi antichi. 



Qui sono tornati due manoscritti quattrocenteschi di opere latine e un dizionario italiano-latino in tre tomi: rari libri rubati e messi in vendita da un privato e da una libreria, pronti a essere messi all’asta. A ritrovarli, dopo lunghe peripezie, sono stati i Carabinieri del nucleo tutela patrimonio culturale attraverso due diverse operazioni che hanno consentito alla Lucchesiana di riavere tra le sue pregiate vetrine lignee il Bellum Catiliniarium et Bellum Iugurthinum di Sallustio che un amanuense fiorentino ha ricopiato su pergamena nel 1440; l’Ars Nova di pseudo-Cicerone firmato da Bonaccorso da Pesaro nel marzo del 1435 a Firenze. 

A segnalare questi beni è stata la casa d’asta londinese Christie’s facendo così avviare le lunghe e laboriose indagini, mentre è stata una foto del Dizionario siciliano italiano latino di padre Michele Del Bono della Compagnia di Gesù dedicato al principe di Campo Fiorito, a far sì che si recuperassero i tre tomi pubblicati a Palermo, nella stamperia di Giuseppe Gramignani negli anni 1751-1754; erano stati rubati e messi in vendita in una libreria di Catania.

Libri preziosi che erano parte del patrimonio della biblioteca fondata da Andrea Lucchesi Palli, vescovo di Girgenti, e regalata alla sua città tra moniti e generosità: “Non si paga niente, si va più ricchi, si ritorna spesso” scriveva il mecenate. 

Un lascito travagliato che solo negli ultimi decenni è stato rispettato da Agrigento – come denunciava anche Luigi Pirandello - e che oggi rappresenta un patrimonio grandioso di proprietà della Curia e gestito dal parco archeologico della valle dei Templi che fornisce il personale e sovvenziona la biblioteca. 

“Il mercato clandestino dei libri antichi in Sicilia è fiorente – commenta il maggiore Gianluigi Marmora comandante del nucleo tutela di Palermo -, si tratta soprattutto di beni ecclesiastici che in passato non sono stati catalogati e inventariati ed è stato quindi molto più facile farli sparire specie negli anni del Dopoguerra e così fino agli anni Settanta. Erano epoche in cui chi aveva accesso alle biblioteche o ai beni della chiesa poteva regalare o vendere questi tesori facilmente e, come è accaduto per questi manoscritti, sarebbero passati decenni prima che qualcuno si fosse accorto della sparizione”. E’ probabile che questi manoscritti sino spariti dalla Lucchesiana subito dopo la Seconda guerra mondiale e poi si siano persi tra compravendite varie. 

Nuova luce, dunque, per la biblioteca che il conte Lucchesi Palli volle “senza risparmio di fatiche né di spese” raccogliendo i 14.000 volumi di famiglia e altri rari libri e aprendola a tutti nel 1765, arredata con i mobili, gli scaffali e i tavoli da lettura da lui donati. 

Oltre al fondo storico, la Lucchesiana custodisce testi della biblioteca centrale e Comunale di Palermo con 31 codici arabi che, da soli, rappresentano il 90% dei manoscritti orientali nelle biblioteche della Sicilia. Dei suoi 80.000 volumi, la metà appartengono a periodi precedenti all’Ottocento e dedicati a scienze, teologia, letteratura e diritto. Tra i più preziosi si annoverano oltre 60 incunamboli – primi libri “stampati” dell’antichità – quali la Historia naturalis di Plinio, stampato a Roma nel 1472, l’Erodoto, stampato dai De Gregorio a Venezia nel 1494, con frontespizio ricco di fregi rinascimentali e la Geographia di Strabone stampata a Venezia da Giovanni Rosso nel 1494. Ancora, codici miniati, ovvero arricchiti da miniature e, tra i manoscritti, un Virgilio del 1444 firmato dall’amanuense Lentius Felix e la Cronica della guerra di Messer Bernabo col popolo di Firenze, della fine del 1400. 


lunedì 19 gennaio 2026

La Sicilia antica ancora da scoprire: esisteva un teatro greco a Lentini?

Sotto quale lembo di terra dorme il teatro greco di Lentini? L’antica città del leone – Leontinoi, appunto – che ha festeggiato 2750 anni dalla fondazione da parte dei Calcidesi, era una colonia greca fiorente e bellissima. Popolata da locali e greci di Calcide giunti in questo scorcio della Sicilia sotto la guida di un certo Tukles, come racconta Tucidide, esattamente 5 anni dopo la fondazione di Siracusa ad opera dei Corinzi. 




Leontini nasce nel 729 avanti Cristo su una lussureggiante collina a sud della piana del Simeto, già abitata dai Siculi e diventa una città ricca, colta e famosa nel resto del Mediterraneo a cui è legato il nome del filosofo Gorgia, del tiranno Panezio, come narra Aristotele, che fu anche il primo tiranno della storia dell’Isola. Al mito dei campi leontinoi è legato anche Ercole, capo dei Fenici, che uccise un leone e difese la città che lo celebrò con il nome stesso Leontinoi, appunto. 

“Una città particolare – dice Massimo Frasca, archeologo, docente all’Università di Catania e già direttore della Scuola di specializzazione di archeologia siciliana - perché mentre le polis greche in genere sono pianeggianti come Siracusa, Leontinoi invece sorse tra due colline scoscese e una valle nel mezzo dove Polibio individuava l’agorà mentre in alto, sulle spianate, erano i grandiosi templi. Una città unica tra le greche occidentali e della Magna Grecia, fondata con un preciso intento: occupare la piana di Catania. I calcidesi ci riescono e sfruttano la strada principale che collegava Catania a Pantalica, una sorta di autostrada dalla costa all’interno dove il fiume garantiva spostamenti e un porto”. 

Polibio la descrive grandiosa, con due colli e due porte di accesso, con case scavate nella roccia. Una città monumentale con un teatro costruito all’interno dell’abitato, come narrano molte fonti storiche. “Sì, il teatro esisteva e occorre cercarlo – dice Giorgio Franco, promotore del comitato tecnico-scientifico in occasione delle celebrazioni dei 2750 anni  -. Ricordo che, quando ero adolescente, mi lasciai suggestionare dalla lettura de La maschera di Apollo, un romanzo storico dell’inglese Mary Renault che intreccia i mondi del teatro e della politica in Sicilia, durante il III secolo avanti Cristo, ambientando alcune scene proprio a Leontinoi e presso il suo teatro. Poi, durante gli studi universitari a Catania, le ricerche hanno soddisfatto le mie suggestioni”. 

Di un teatro a Leontinoi parla Plutarco, nelle vite di Dione e Timoleonte, scrivendo: “nel grande silenzio del teatro si alzò e incominciò a parlare Dione”. Anche lo storico Sebastiano Pisano Baudo nella sua Storia di Lentini del 1974, scriveva: “Abbattuta Leonzio nella sua autonomia, ma soggiogata giammai, mantenne sempre il suo splendore e la sua magnificenza nei monumenti civili e religiosi, nel foro, nel ginnasio, nel teatro, nei templi”. Descrivendo la magnificenza della polis dove “esiste ancora il sentiero percorso dal tiranno Geronimo nell'opposto lato del Castellaccio, che guarda a mezzogiorno, e che porta nella placida valle, ov’erano il foro e il teatro”. Un’altra indagine è quella del grecista e archeologo leontino Salvatore Ciancio che, in una pubblicazione del 1965, collocava la presenza di un Odeon presso contrada Caracausi-Piscitello.

Isabella di bartolo


martedì 25 marzo 2025

Selinunte, alla scoperta della "muraglia greca"

 Una poderosa porta di accesso alla città incassata nella roccia e circondata da alte e spesse mura. Selinunte ritrova la sua cinta muraria arcaica costruita prima del 409 avanti Cristo quando i Cartaginesi, dopo un terribile assedio, riuscirono ad entrare in città e a distruggerla.





La scoperta dei resti delle mura è avvenuta poche settimane fa grazie a una campagna di scavi interamente pagata dal parco archeologico di Selinunte, curata dai ragazzi di Archeofficina sulla scia di quanto studiato e ipotizzato da Dieter Mertens e dall'Istituto Germanico di Roma.




I visitatori potranno dunque scoprire l'altro volto della città più antica scorgendo i resti maestosi delle mura che difendevano Selinunte e le tracce della porta Nord da cui si entrava in città. Poco fuori, c'era il cimitero con oltre 5.000 tombe (trafugate dai tombaroli negli anni Sessanta); entrando dalla porta, invece, si attraversava il quartiere artigianale con le sue botteghe di vasai e la fornace, da qui passavano anche i cortei funebri. 

Dalla porta Nord si giungeva al cuore della polis e, attraverso la via Sacra, ai suoi monumenti. Selinunte, insomma, è ancora da scoprire ma il fascino di questa nuova scoperta è quella di un luogo immerso nel silenzio dove la voce del vento racconta di battaglie e sacrifici agli dei. Dove il paesaggio di colline verdi che sovrastano il mare di Marinella resta uno spettacolo senza eguali al mondo.