lunedì 26 gennaio 2026

I tesori subacquei della Sicilia antica in mostra in Alabama.

La Sicilia subacquea più antica si racconta negli Usa. 



Inaugurata il 23 gennaio 2026 a Mobile, in Alabama (USA), la mostra “Sunken Treasures, Ancient Seas: Artifacts from the Deep”.

L’evento, sponsorizzato dalla J. L. Bedsole Foundation, WKRG TV-5 e The Dog HillFoundation, esplora l'affascinante mondo dell'archeologia subacquea in Sicilia. Sviluppata in collaborazione con la Soprintendenza del Mare della Regione Siciliana, presenta una selezione di siti archeologici sommersi e numerosi reperti recuperati nei fondali siciliani negli ultimi vent’anni di attività della Soprintendenza del Mare. Moderne tecnologie video trasportano il visitatore nelle profondità marine, in un viaggio di scoperta e di conoscenza.

I manufatti originali testimoniano le civiltà del passato, mentre le moderne attrezzature utilizzate per lo studio e per le indagini subacquee, raccontano le storie della loro scoperta, degli scavi e del restauro. Un’esposizione che svela le storie nascoste delle antiche civiltà che hanno attraversato il Mediterraneo.

Una serie di programmi educativi arricchiscono l'esperienza dei visitatori per accrescere il valore della mostra; sono infatti previste attività per bambini e conferenze sull’archeologia marittima.

La mostra sarà visitabile presso l'History Museum of Mobile dal 23 gennaio al 10 maggio 2026, dal lunedì al sabato dalle 9 alle 17 e la domenica dalle 13 alle 17.

La mostra è concepita e organizzata da Contemporanea Progetti di Firenze e dalla Soprintendenza del Mare di Palermo.

L'History Museum of Mobile è il luogo in cui viene presentata la storia della città di Mobile. Oltre 117.000 oggetti intrecciano la ricca, diversificata e spesso turbolenta storia di Mobile e dell'area circostante, dalla preistoria al presente. Situato nel cuore del centro città, il Museo Storico di Mobile gestisce quattro sedi: le mostre principali si trovano nell'edificio del Vecchio Municipio-Mercato Meridionale; il Colonial Fort Condé, l'Africatown Heritage House e il Phoenix Fire Museum.

Per ulteriori informazioni, visitare il sito: www.historymuseumofmobile.com

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martedì 20 gennaio 2026

Agrigento, la biblioteca Lucchesiana e il mercato clandestino dei libri antichi

La passione per i libri antichi infiamma il mercato clandestino sin dal Dopoguerra e racconta storie di uomini e di denaro. E proprio una storia di queste vede protagonista la biblioteca Lucchesiana di Agrigento considerata una delle più importanti d’Italia con i suoi 80.000 preziosi volumi antichi. 



Qui sono tornati due manoscritti quattrocenteschi di opere latine e un dizionario italiano-latino in tre tomi: rari libri rubati e messi in vendita da un privato e da una libreria, pronti a essere messi all’asta. A ritrovarli, dopo lunghe peripezie, sono stati i Carabinieri del nucleo tutela patrimonio culturale attraverso due diverse operazioni che hanno consentito alla Lucchesiana di riavere tra le sue pregiate vetrine lignee il Bellum Catiliniarium et Bellum Iugurthinum di Sallustio che un amanuense fiorentino ha ricopiato su pergamena nel 1440; l’Ars Nova di pseudo-Cicerone firmato da Bonaccorso da Pesaro nel marzo del 1435 a Firenze. 

A segnalare questi beni è stata la casa d’asta londinese Christie’s facendo così avviare le lunghe e laboriose indagini, mentre è stata una foto del Dizionario siciliano italiano latino di padre Michele Del Bono della Compagnia di Gesù dedicato al principe di Campo Fiorito, a far sì che si recuperassero i tre tomi pubblicati a Palermo, nella stamperia di Giuseppe Gramignani negli anni 1751-1754; erano stati rubati e messi in vendita in una libreria di Catania.

Libri preziosi che erano parte del patrimonio della biblioteca fondata da Andrea Lucchesi Palli, vescovo di Girgenti, e regalata alla sua città tra moniti e generosità: “Non si paga niente, si va più ricchi, si ritorna spesso” scriveva il mecenate. 

Un lascito travagliato che solo negli ultimi decenni è stato rispettato da Agrigento – come denunciava anche Luigi Pirandello - e che oggi rappresenta un patrimonio grandioso di proprietà della Curia e gestito dal parco archeologico della valle dei Templi che fornisce il personale e sovvenziona la biblioteca. 

“Il mercato clandestino dei libri antichi in Sicilia è fiorente – commenta il maggiore Gianluigi Marmora comandante del nucleo tutela di Palermo -, si tratta soprattutto di beni ecclesiastici che in passato non sono stati catalogati e inventariati ed è stato quindi molto più facile farli sparire specie negli anni del Dopoguerra e così fino agli anni Settanta. Erano epoche in cui chi aveva accesso alle biblioteche o ai beni della chiesa poteva regalare o vendere questi tesori facilmente e, come è accaduto per questi manoscritti, sarebbero passati decenni prima che qualcuno si fosse accorto della sparizione”. E’ probabile che questi manoscritti sino spariti dalla Lucchesiana subito dopo la Seconda guerra mondiale e poi si siano persi tra compravendite varie. 

Nuova luce, dunque, per la biblioteca che il conte Lucchesi Palli volle “senza risparmio di fatiche né di spese” raccogliendo i 14.000 volumi di famiglia e altri rari libri e aprendola a tutti nel 1765, arredata con i mobili, gli scaffali e i tavoli da lettura da lui donati. 

Oltre al fondo storico, la Lucchesiana custodisce testi della biblioteca centrale e Comunale di Palermo con 31 codici arabi che, da soli, rappresentano il 90% dei manoscritti orientali nelle biblioteche della Sicilia. Dei suoi 80.000 volumi, la metà appartengono a periodi precedenti all’Ottocento e dedicati a scienze, teologia, letteratura e diritto. Tra i più preziosi si annoverano oltre 60 incunamboli – primi libri “stampati” dell’antichità – quali la Historia naturalis di Plinio, stampato a Roma nel 1472, l’Erodoto, stampato dai De Gregorio a Venezia nel 1494, con frontespizio ricco di fregi rinascimentali e la Geographia di Strabone stampata a Venezia da Giovanni Rosso nel 1494. Ancora, codici miniati, ovvero arricchiti da miniature e, tra i manoscritti, un Virgilio del 1444 firmato dall’amanuense Lentius Felix e la Cronica della guerra di Messer Bernabo col popolo di Firenze, della fine del 1400. 


lunedì 19 gennaio 2026

La Sicilia antica ancora da scoprire: esisteva un teatro greco a Lentini?

Sotto quale lembo di terra dorme il teatro greco di Lentini? L’antica città del leone – Leontinoi, appunto – che ha festeggiato 2750 anni dalla fondazione da parte dei Calcidesi, era una colonia greca fiorente e bellissima. Popolata da locali e greci di Calcide giunti in questo scorcio della Sicilia sotto la guida di un certo Tukles, come racconta Tucidide, esattamente 5 anni dopo la fondazione di Siracusa ad opera dei Corinzi. 




Leontini nasce nel 729 avanti Cristo su una lussureggiante collina a sud della piana del Simeto, già abitata dai Siculi e diventa una città ricca, colta e famosa nel resto del Mediterraneo a cui è legato il nome del filosofo Gorgia, del tiranno Panezio, come narra Aristotele, che fu anche il primo tiranno della storia dell’Isola. Al mito dei campi leontinoi è legato anche Ercole, capo dei Fenici, che uccise un leone e difese la città che lo celebrò con il nome stesso Leontinoi, appunto. 

“Una città particolare – dice Massimo Frasca, archeologo, docente all’Università di Catania e già direttore della Scuola di specializzazione di archeologia siciliana - perché mentre le polis greche in genere sono pianeggianti come Siracusa, Leontinoi invece sorse tra due colline scoscese e una valle nel mezzo dove Polibio individuava l’agorà mentre in alto, sulle spianate, erano i grandiosi templi. Una città unica tra le greche occidentali e della Magna Grecia, fondata con un preciso intento: occupare la piana di Catania. I calcidesi ci riescono e sfruttano la strada principale che collegava Catania a Pantalica, una sorta di autostrada dalla costa all’interno dove il fiume garantiva spostamenti e un porto”. 

Polibio la descrive grandiosa, con due colli e due porte di accesso, con case scavate nella roccia. Una città monumentale con un teatro costruito all’interno dell’abitato, come narrano molte fonti storiche. “Sì, il teatro esisteva e occorre cercarlo – dice Giorgio Franco, promotore del comitato tecnico-scientifico in occasione delle celebrazioni dei 2750 anni  -. Ricordo che, quando ero adolescente, mi lasciai suggestionare dalla lettura de La maschera di Apollo, un romanzo storico dell’inglese Mary Renault che intreccia i mondi del teatro e della politica in Sicilia, durante il III secolo avanti Cristo, ambientando alcune scene proprio a Leontinoi e presso il suo teatro. Poi, durante gli studi universitari a Catania, le ricerche hanno soddisfatto le mie suggestioni”. 

Di un teatro a Leontinoi parla Plutarco, nelle vite di Dione e Timoleonte, scrivendo: “nel grande silenzio del teatro si alzò e incominciò a parlare Dione”. Anche lo storico Sebastiano Pisano Baudo nella sua Storia di Lentini del 1974, scriveva: “Abbattuta Leonzio nella sua autonomia, ma soggiogata giammai, mantenne sempre il suo splendore e la sua magnificenza nei monumenti civili e religiosi, nel foro, nel ginnasio, nel teatro, nei templi”. Descrivendo la magnificenza della polis dove “esiste ancora il sentiero percorso dal tiranno Geronimo nell'opposto lato del Castellaccio, che guarda a mezzogiorno, e che porta nella placida valle, ov’erano il foro e il teatro”. Un’altra indagine è quella del grecista e archeologo leontino Salvatore Ciancio che, in una pubblicazione del 1965, collocava la presenza di un Odeon presso contrada Caracausi-Piscitello.

Isabella di bartolo


martedì 25 marzo 2025

Selinunte, alla scoperta della "muraglia greca"

 Una poderosa porta di accesso alla città incassata nella roccia e circondata da alte e spesse mura. Selinunte ritrova la sua cinta muraria arcaica costruita prima del 409 avanti Cristo quando i Cartaginesi, dopo un terribile assedio, riuscirono ad entrare in città e a distruggerla.





La scoperta dei resti delle mura è avvenuta poche settimane fa grazie a una campagna di scavi interamente pagata dal parco archeologico di Selinunte, curata dai ragazzi di Archeofficina sulla scia di quanto studiato e ipotizzato da Dieter Mertens e dall'Istituto Germanico di Roma.




I visitatori potranno dunque scoprire l'altro volto della città più antica scorgendo i resti maestosi delle mura che difendevano Selinunte e le tracce della porta Nord da cui si entrava in città. Poco fuori, c'era il cimitero con oltre 5.000 tombe (trafugate dai tombaroli negli anni Sessanta); entrando dalla porta, invece, si attraversava il quartiere artigianale con le sue botteghe di vasai e la fornace, da qui passavano anche i cortei funebri. 

Dalla porta Nord si giungeva al cuore della polis e, attraverso la via Sacra, ai suoi monumenti. Selinunte, insomma, è ancora da scoprire ma il fascino di questa nuova scoperta è quella di un luogo immerso nel silenzio dove la voce del vento racconta di battaglie e sacrifici agli dei. Dove il paesaggio di colline verdi che sovrastano il mare di Marinella resta uno spettacolo senza eguali al mondo. 




martedì 16 aprile 2024

Paternò, dai depositi della Soprintendenza alle aule del liceo de Sanctis




Dai magazzini della Soprintendenza di Catania alle aule del liceo de Sanctis di Paternò
Al via la mostra-esperimento dell’Archeoclub d’Italia Ibla Major
Memorie ritrovate: il primo percorso interculturale siciliano di legalità archeologica



Parte da Paternò una rivoluzione nel segno della cooperazione culturale. Si chiama Memorie ritrovate ed è una mostra unica nel suo genere perché porta per la prima volta in una scuola siciliana – luogo simbolo di educazione e crescita culturale – i beni archeologici restituiti alla Soprintendenza di Catania nel 2019 grazie all’Archeoclub d’Italia e conservati nei suoi depositi, frutto di un ritrovamento casuale. Il progetto è primo in Italia insieme al Liceo Tasso di Roma.
L’evento sarà presentato al pubblico lunedì 29 aprile alle ore 11.00 nell’aula magna del liceo statale “Francesco de Sanctis” in via Fogazzaro 18 a Paternò. Nella stessa occasione, docenti, archeologi e rappresentanti istituzionali discuteranno “Il ruolo della scuola nella promozione del patrimonio culturale”. 
E’ stato infatti grazie a un lavoro sinergico tra la Soprintendenza ai Beni culturali di Catania e l’associazione Archeoclub d’Italia con la sua sede di Ibla Major di Paternò, che si è giunti all’esposizione tra le aule del liceo statale De Sanctis di Paternò. Un lavoro condotto dai soci dell’associazione, gli avvocati Paolo Di Caro e Carmelo Tirenna, insieme al funzionario della sezione archeologica dottoressa Michela Ursino. Scopo primario dell’operazione è stato restituire al territorio, e dunque alla collettività, il patrimonio disseminato nelle tante raccolte private o nei depositi dei musei evidenziando la necessità di rendere fruibili questi beni e continuare a sostenere il lavoro delle forze dell’ordine, impegnate ogni giorno nella lotta contro i ladri di memoria.
L’evento, primo in Sicilia, è stato reso possibile grazie all’opera della Regione Sicilia che ha messo in atto la Carta di Catania, una innovazione normativa, oggi esportata a livello nazionale, che permette ai reperti trafugati e recuperati di uscir fuori dai depositi ed essere esposti al pubblico e, in particolare a Paternò, in una scuola. 
E’ infatti il liceo “Francesco De Sanctis” la cornice della mostra sostenuta con entusiasmo dalla dirigente scolastica prof.ssa Santa Di Mauro la quale ha creduto e appoggiato il progetto che prevede azioni didattiche all’interno del Laboratorio per la comunicazione e la documentazione digitale con azioni di mirate all’inclusione. Un progetto reso possibile grazie al lavoro del presidente della sezione Ibla Major dell’Archeoclub d’Italia, l’architetto Angelo Perri e di tutto il direttivo, in particolare l’archeologa Letizia Blanco che ha curato la didattica a scuola e Ornella Palmisciano per la grafica. Determinante il lavoro svolto da Irene Donatella Aprile, soprintendente dei beni culturali di Catania. All’archeologa Rosalba Panvini, docente accademica e già soprintendente regionale e direttrice museale, è stata affidata la direzione scientifica dell’operazione culturale mentre il progetto museografico è dell’architetto Francesco Finocchiaro.
Il progetto è stato finanziato dall’Ars e dall’assessorato regionale ai Beni culturali e all’identità siciliana, con il patrocinio della Fondazione Federico II e dell’Archeoclub d’Italia. 
La mostra sarà visitabile dal 29 aprile al 31 maggio 2024. 

domenica 15 gennaio 2023

I tesori "autenticamente" falsi di Taormina

Un giallo siciliano in salsa archeologica si snoda tra Taormina e Palermo, passando per l’Inghilterra e la Germania. Tra il 1865 e il 1876, un contadino di Giardini Naxos, tale Moschella, dichiarò di aver scoperto un tesoretto di piccole statue lavorando la terra nelle campagne di Mistressa, alle spalle del paese. Figurine buffe, strane, con iscrizioni indecifrabili e pose fantasiose. “Monumenti d’arte sconosciuta” come vennero chiamati dagli appassionati dell’epoca che facevano a gara per acquistarle e che, fino ad oggi, fanno parte delle collezioni del British museum, dell’Istituto archeologico Germanico di Roma e del museo Salinas di Palermo. 



All’epoca infatti, Taormina e l’area dell’antica Naxos erano mete indiscusse del Grand tour dei viaggiatori che, dalle ricche città d’Europa, giungevano in Sicilia per scoprire i resti dell’antica civiltà. E fu proprio a questi turisti d’eccezione che il contadino vendette, con grande fortuna, i suoi buffi ritrovamenti con il sostegno di archeologi di grande fama. <Eppure erano autentici falsi – dice Flavia Frisone, docente di Antichità greche all’Università del Salento – che circolarono nel mercato archeologico per oltre un decennio, nella metà dell’Ottocento. Un affaire che ebbe grande successo grazie alla presenza attiva di Francesco Saverio Cavallari il quale, giunto dal Mexico e nominato ai vertici della Direzione delle Antichità di Sicilia, già nel 1865 aveva perorato l’acquisto da parte della Regia Commissione per le Antichità e Belle Arti di reperti archeologici provenienti dalla collina di Mastressa>. 





Non solo, due anni dopo, Cavallari pubblicò una relazione certosina sulla presunta area archeologica di Mistretta, sui pezzi rinvenuti descritti con precisione dando, così, pieno riconoscimento scientifico al ritrovamento del contadino. Il direttore delle Belle arti accennò pure allo stile rozzo dei manufatti che, però, ricondusse alla popolazione dei Siculi che in quest’area dell’Isola avevano vissuto. <Ma un ruolo decisivo, a favore dell’autenticità di quegli strani oggetti – prosegue la docente - giocava la presenza delle iscrizioni. Quello stesso elemento che, quasi 150 dopo, rivelerà la beffa messa in piedi dallo scaltro contadino con il sostegno di qualcuno ben più scaltro di lui. Quando, infatti, nacque qualche dubbio sulla vera natura dei reperti, Cavallari stesso volle eseguire uno scavo archeologico nel campo di Mastressa per fugare qualsiasi perplessità e scrivere persino nuova, molto discutibile, pubblicazione. Ma qualcosa non funzionò e quando, nel 1875, il contadino chiese alla Commissione di antichità e belle arti il permesso per vendere altri pezzi al museo Salinas, l’istituzione disse no. Moschella trovò comunque altri acquirenti: diplomatici inglesi, antiquari e pseudo-venditori d’arte. Insomma, fu messa in piedi una piccola industria del falso di cui 100 oggetti sono giunti sino ai nostri giorni ben nascosti nei magazzini dei musei che li acquistarono>. A svelare l’affare furono le iscrizioni incise sui reperti che, si scoprì poi dopo, ricopiavano i caratteri dell’iscrizione scoperta in quegli anni al Ginnasio di Taormina e altre incisioni antiche. Il contadino, da analfabeta, ricopiava a modo suo l’alfabeto antico e riproduce in caratteri italici anche motti dell’epoca. <Fu Mommset che gridò allo scandalo – dice la docente Frisone – e Giuseppe Fiorelli, allora alla guida del museo di Palermo, disse che mai questi oggetti sarebbero stati visti da alcuno. Lo studioso non voleva in alcun modo che quest’arte falsa potesse offendere il museo Salinas con le sue collezioni tra cui spiccava l’arte arcaica delle metope di Selinunte. Di questi oggetti non si seppe più nulla fino a quando, negli anni Sessanta, un archeologo inglese impegnato a studiare i pezzi del British museum, rinvenne gli strani reperti tra le collezioni nei magazzini; negli anni Novanta, poi, uno studioso tedesco pubblicò la descrizione di quelli inediti conservati all’Istituto Germanico di Roma e fu il primo a capire che facessero parte di un meccanismo ben congeniato dove le iscrizioni erano il punto forte e debole allo stesso tempo. Mancava uno studio preciso sul gran numero di pezzi custoditi al museo di Palermo perché inaccessibili e nascosti. Così, con l’Università di Lecce abbiamo curato un progetto sui falsi coinvolgendo l’Istituto d’arte di Parigi, culminato in un convegno con i pezzi siciliani tra i protagonisti>. 

Isabella di bartolo (riproduzione riservata) 

Il Ginnasio Romano di Siracusa, gioiello sconosciuto

A Siracusa, negli anni Ottanta, questo luogo a due passi dal centro, era lo scenario preferito per le fotografie degli sposi. Qualcuno lo ricorderà ancora tra le tappe del giorno delle nozze. 

Ma per molti il Ginnasio romano – o Piccolo Teatro romano come è oggi appellato – è un monumento sconosciuto. Un sito dimenticato che, insieme ad altri gioielli archeologici quali il Tempio di Apollo e quello intitolato a Zeus, si annovera nel circuito impropriamente detto dei “monumenti minori” della città aretusea.

 Un luogo sconosciuto ai turisti e fuori da qualsiasi tour organizzato, che si intravede lungo la via Elorina, la storica arteria che collegava Siracusa a Eloro. Spesso, questo scorcio della Siracusa antica è inaccessibile dalle sterpaglie che lo ricoprono nascondendo agli occhi dei turisti lo spettacolo di un emiciclo lapideo dedicato ai culti orientali e datato al I secolo dopo Cristo. 





Non ci sono risorse economiche per rendere fruibile il monumento nei giorni festivi, così come nel pomeriggio.  Inesistenti le legende relative alla storia e alla tipologia dell’edificio romano, ancora oggetto di analisi da parte degli studiosi del settore. Scarse le segnaletiche, del tutto assenti le ricostruzioni grafiche del sito nonostante esso sia stato protagonista di campagne di scavi in collaborazione con l’università di Padova, e curate dall’architetto Francesco Tomasello dell’università di Catania.  

Ancora in termini di accoglienza turistica e fruizione, il sito è difficilmente raggiungibile: i turisti che ne scoprono l’esistenza nei libri vi si recano a piedi; nessun posteggio, infatti, esiste nei pressi dell’area archeologica, così come non è meta di navette o autobus. Eppure il sito è di grande e suggestiva bellezza, oltre che di rilevante interesse storico e archeologico. Tra le proposte che si sono susseguite quella di affidarne la gestione a società private, capaci di garantirne la fruizione. E poi, magari, la possibilità di aprirlo al pubblico e farlo divenire un luogo tra arte e natura dove ospitare eventi.