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lunedì 19 gennaio 2026

La Sicilia antica ancora da scoprire: esisteva un teatro greco a Lentini?

Sotto quale lembo di terra dorme il teatro greco di Lentini? L’antica città del leone – Leontinoi, appunto – che ha festeggiato 2750 anni dalla fondazione da parte dei Calcidesi, era una colonia greca fiorente e bellissima. Popolata da locali e greci di Calcide giunti in questo scorcio della Sicilia sotto la guida di un certo Tukles, come racconta Tucidide, esattamente 5 anni dopo la fondazione di Siracusa ad opera dei Corinzi. 




Leontini nasce nel 729 avanti Cristo su una lussureggiante collina a sud della piana del Simeto, già abitata dai Siculi e diventa una città ricca, colta e famosa nel resto del Mediterraneo a cui è legato il nome del filosofo Gorgia, del tiranno Panezio, come narra Aristotele, che fu anche il primo tiranno della storia dell’Isola. Al mito dei campi leontinoi è legato anche Ercole, capo dei Fenici, che uccise un leone e difese la città che lo celebrò con il nome stesso Leontinoi, appunto. 

“Una città particolare – dice Massimo Frasca, archeologo, docente all’Università di Catania e già direttore della Scuola di specializzazione di archeologia siciliana - perché mentre le polis greche in genere sono pianeggianti come Siracusa, Leontinoi invece sorse tra due colline scoscese e una valle nel mezzo dove Polibio individuava l’agorà mentre in alto, sulle spianate, erano i grandiosi templi. Una città unica tra le greche occidentali e della Magna Grecia, fondata con un preciso intento: occupare la piana di Catania. I calcidesi ci riescono e sfruttano la strada principale che collegava Catania a Pantalica, una sorta di autostrada dalla costa all’interno dove il fiume garantiva spostamenti e un porto”. 

Polibio la descrive grandiosa, con due colli e due porte di accesso, con case scavate nella roccia. Una città monumentale con un teatro costruito all’interno dell’abitato, come narrano molte fonti storiche. “Sì, il teatro esisteva e occorre cercarlo – dice Giorgio Franco, promotore del comitato tecnico-scientifico in occasione delle celebrazioni dei 2750 anni  -. Ricordo che, quando ero adolescente, mi lasciai suggestionare dalla lettura de La maschera di Apollo, un romanzo storico dell’inglese Mary Renault che intreccia i mondi del teatro e della politica in Sicilia, durante il III secolo avanti Cristo, ambientando alcune scene proprio a Leontinoi e presso il suo teatro. Poi, durante gli studi universitari a Catania, le ricerche hanno soddisfatto le mie suggestioni”. 

Di un teatro a Leontinoi parla Plutarco, nelle vite di Dione e Timoleonte, scrivendo: “nel grande silenzio del teatro si alzò e incominciò a parlare Dione”. Anche lo storico Sebastiano Pisano Baudo nella sua Storia di Lentini del 1974, scriveva: “Abbattuta Leonzio nella sua autonomia, ma soggiogata giammai, mantenne sempre il suo splendore e la sua magnificenza nei monumenti civili e religiosi, nel foro, nel ginnasio, nel teatro, nei templi”. Descrivendo la magnificenza della polis dove “esiste ancora il sentiero percorso dal tiranno Geronimo nell'opposto lato del Castellaccio, che guarda a mezzogiorno, e che porta nella placida valle, ov’erano il foro e il teatro”. Un’altra indagine è quella del grecista e archeologo leontino Salvatore Ciancio che, in una pubblicazione del 1965, collocava la presenza di un Odeon presso contrada Caracausi-Piscitello.

Isabella di bartolo


domenica 15 gennaio 2023

I tesori "autenticamente" falsi di Taormina

Un giallo siciliano in salsa archeologica si snoda tra Taormina e Palermo, passando per l’Inghilterra e la Germania. Tra il 1865 e il 1876, un contadino di Giardini Naxos, tale Moschella, dichiarò di aver scoperto un tesoretto di piccole statue lavorando la terra nelle campagne di Mistressa, alle spalle del paese. Figurine buffe, strane, con iscrizioni indecifrabili e pose fantasiose. “Monumenti d’arte sconosciuta” come vennero chiamati dagli appassionati dell’epoca che facevano a gara per acquistarle e che, fino ad oggi, fanno parte delle collezioni del British museum, dell’Istituto archeologico Germanico di Roma e del museo Salinas di Palermo. 



All’epoca infatti, Taormina e l’area dell’antica Naxos erano mete indiscusse del Grand tour dei viaggiatori che, dalle ricche città d’Europa, giungevano in Sicilia per scoprire i resti dell’antica civiltà. E fu proprio a questi turisti d’eccezione che il contadino vendette, con grande fortuna, i suoi buffi ritrovamenti con il sostegno di archeologi di grande fama. <Eppure erano autentici falsi – dice Flavia Frisone, docente di Antichità greche all’Università del Salento – che circolarono nel mercato archeologico per oltre un decennio, nella metà dell’Ottocento. Un affaire che ebbe grande successo grazie alla presenza attiva di Francesco Saverio Cavallari il quale, giunto dal Mexico e nominato ai vertici della Direzione delle Antichità di Sicilia, già nel 1865 aveva perorato l’acquisto da parte della Regia Commissione per le Antichità e Belle Arti di reperti archeologici provenienti dalla collina di Mastressa>. 





Non solo, due anni dopo, Cavallari pubblicò una relazione certosina sulla presunta area archeologica di Mistretta, sui pezzi rinvenuti descritti con precisione dando, così, pieno riconoscimento scientifico al ritrovamento del contadino. Il direttore delle Belle arti accennò pure allo stile rozzo dei manufatti che, però, ricondusse alla popolazione dei Siculi che in quest’area dell’Isola avevano vissuto. <Ma un ruolo decisivo, a favore dell’autenticità di quegli strani oggetti – prosegue la docente - giocava la presenza delle iscrizioni. Quello stesso elemento che, quasi 150 dopo, rivelerà la beffa messa in piedi dallo scaltro contadino con il sostegno di qualcuno ben più scaltro di lui. Quando, infatti, nacque qualche dubbio sulla vera natura dei reperti, Cavallari stesso volle eseguire uno scavo archeologico nel campo di Mastressa per fugare qualsiasi perplessità e scrivere persino nuova, molto discutibile, pubblicazione. Ma qualcosa non funzionò e quando, nel 1875, il contadino chiese alla Commissione di antichità e belle arti il permesso per vendere altri pezzi al museo Salinas, l’istituzione disse no. Moschella trovò comunque altri acquirenti: diplomatici inglesi, antiquari e pseudo-venditori d’arte. Insomma, fu messa in piedi una piccola industria del falso di cui 100 oggetti sono giunti sino ai nostri giorni ben nascosti nei magazzini dei musei che li acquistarono>. A svelare l’affare furono le iscrizioni incise sui reperti che, si scoprì poi dopo, ricopiavano i caratteri dell’iscrizione scoperta in quegli anni al Ginnasio di Taormina e altre incisioni antiche. Il contadino, da analfabeta, ricopiava a modo suo l’alfabeto antico e riproduce in caratteri italici anche motti dell’epoca. <Fu Mommset che gridò allo scandalo – dice la docente Frisone – e Giuseppe Fiorelli, allora alla guida del museo di Palermo, disse che mai questi oggetti sarebbero stati visti da alcuno. Lo studioso non voleva in alcun modo che quest’arte falsa potesse offendere il museo Salinas con le sue collezioni tra cui spiccava l’arte arcaica delle metope di Selinunte. Di questi oggetti non si seppe più nulla fino a quando, negli anni Sessanta, un archeologo inglese impegnato a studiare i pezzi del British museum, rinvenne gli strani reperti tra le collezioni nei magazzini; negli anni Novanta, poi, uno studioso tedesco pubblicò la descrizione di quelli inediti conservati all’Istituto Germanico di Roma e fu il primo a capire che facessero parte di un meccanismo ben congeniato dove le iscrizioni erano il punto forte e debole allo stesso tempo. Mancava uno studio preciso sul gran numero di pezzi custoditi al museo di Palermo perché inaccessibili e nascosti. Così, con l’Università di Lecce abbiamo curato un progetto sui falsi coinvolgendo l’Istituto d’arte di Parigi, culminato in un convegno con i pezzi siciliani tra i protagonisti>. 

Isabella di bartolo (riproduzione riservata) 

domenica 20 novembre 2022

La piazza Navona catanese: ecco la Naumachia secondo Dario Palermo

 


Una piazza Navona catanese. E’ la nuova ipotesi degli studiosi davanti ai resti di quello che appare come uno stadio di epoca latina, proprio come quello costruito dall’imperatore Domiziano a Roma e divenuto oggi tra le piazze più note al mondo. Da secoli, si tenta di ricostruire il rapporto tra la Catania moderna e il suo più antico passato e proprio sulle orme di alcune ricerche, il professor Dario Palermo, archeologo tra i più noti esperti internazionali di cultura dell’Egeo e docente dell’Università etnea, ha scoperto un monumento destinato agli spettacoli che si nasconde tra le strade e la case di un rione popolare di Catania. “Nel XVI secolo – spiega Palermo - il medico ed erudito catanese Lorenzo Bolano, descrivendo i monumenti della città in un’opera andata perduta, ricordava la presenza di due grandiosi edifici destinati agli spettacoli: un ippodromo e una naumachia, vicini e visibili ai suoi tempi davanti alla porta delle Decime, lungo la cosiddetta via Occidentale”. Un luogo destinato alle corse dei cavalli, dunque, e un altro dedicato alle ricostruzioni di battaglie navali in bacini artificiali. Ma che fine hanno fatto questi edifici di età romana? Secondo la ricostruzione degli archeologici, i resti della porta delle Decime, nella cinta medievale di Catania a poca distanza da Castello Ursino e che era detta così perché vi si riscuotevano i dazi, sono ancora ben visibili accanto alla chiesa di San Giuseppe al Transito, in piazza Maravigna, proprio all’inizio della attuale via Naumachia il cui tracciato ripercorre quello iniziale della via Occidentale, importante asse di collegamento verso la piana etnea. L’intera area, con le sue rovine antiche, venne sommersa dall’eruzione lavica del 1669 ma, come ha scoperto Edoardo Tortorici, docente di Urbanistica romana all’Ateneo di Catania, l’ippodromo doveva trovarsi a 300 metri a ovest dal Castello Ursino. Nessuna traccia, invece, del secondo edificio da spettacolo: la Naumachia appunto; fino alle intuizioni di Palermo e del suo allievo Iorga Prato davanti alle immagini satellitari di Google maps che fotografano l’area. “Si notano tracce di un grande edificio rettangolare, orientato in senso est-ovest con il lato breve occidentale conformato a semicerchio nella classica forma dell’edificio da spettacolo antico – spiega Palermo -. Il fatto che l’andamento dell’arena del monumento sia perfettamente parallelo all’attuale via Naumachia, lascia pensare che la denominazione della via non sia affatto casuale”. Una scoperta delicata vista la mancanza di resti archeologici e l’assenza di tracce nella cartografia antica della città ma sostenuta da nuove osservazioni poiché ci si accorge che in mezzo alle casupole settecentesche, di nessun valore architettonico, che costituiscono la fronte meridionale della via Naumachia, vi sono strutture architettoniche che stridono con il contesto modesto di case popolari attorno ai cortili. “Piccole abitazioni di singolare bellezza di fattura e pregio – prosegue Palermo -realizzate in pietra lavica, che non sono mai state riconosciute come antiche perché hanno la forma tipica delle “cantunere”, ovvero cantoniere elementi che segnano i quattro angoli dell’edificio, di cui la Catania settecentesca è ricchissima. A ciò si aggiunge un altro elemento di grande interesse che testimonia il riutilizzo dell’area in età medievale: nella facciata occidentale del passaggio che da via Naumachia conduce al cortile Fuochisti, si nota un bell’arco settecentesco in pietra lavica con mascherone, che poggia sul piano moderno, comparso di recente a seguito del crollo di un tramezzo, con un bel portale ad arco perfettamente conservato in pietra lavica,che doveva poggiare ad una quota sensibilmente inferiore a quella del piano moderno, di almeno un metro, indicandone così una messa in opera prima dell’eruzione del 1669”. Tutto questo svela la presenza di un grande edificio da spettacolo posto parallelamente all’attuale via Naumachia circondato a nord da un muro con portici ad arcate sovrapposte, che coincide con l’attuale lato meridionale della strada moderna; e con un’arena che doveva iniziare a una decina di metri di distanza. Secondo la ricostruzione, la scomparsa di questo edificio dovette iniziare nel Medioevo quando vennero costruite le mura della città e si decise di distruggerlo per impedire che venisse usato come comoda via la scalata alle mura.

Gli archeologi non si sbilanciano sull’identificazione di questo grandioso monumento destinato agli spettacoli come una Naumachia per battaglie navali su esempio di Roma e della sua piazza Navona a cui i catanesi volevano ispirarsi per il desiderio di esaltare le loro virtù belliche e marinaresche. Come spiega un’altra archeologa, Francesca Trapani, potrebbe trattarsi di un piccolo stadio di circa 200 metri di lunghezza e 135 di larghezza. “Dimensioni che si addicono bene a una città di provincia quale era Catania – dice Dario Palermo –. L’edificio potrebbe essere del II secolo dopo Cristo durante un periodo di rinascimento cittadino che vide protagonista la città etnea.

mercoledì 28 ottobre 2015

Siracusa, tombe greche tra le aiuole dello spartitraffico




In una città come Siracusa può accadere che tombe di epoca greca facciano capolino fra le aiuole spartitraffico. Accade a nord del centro storico e precisamente lungo il moderno viale Santa Panagia dove, appunto tra il verde dello spartitraffico, fanno capolino i resti di una necropoli di età greca.
Le stesse che vennero scoperte negli anni Sessanta durante i lavori per la realizzazione di alcune case popolari a poche centinaia di metri dalle aiuole, in via Mazzanti, dove gli archeologi riportarono alla luce una "città dei morti". La necropoli di via Mazzanti è stata protagonista di una lunga e dettagliata campagna di scavi durante la quale sono state rinvenuti corredi funerari ed elementi che hanno permesso di narrare i riti di sepoltura e le usanze legate al passato. 
Sono 360 le tombe riportate alla luce dagli archeologi datate tra il VII e il V secolo a. C. Una necropoli greca, dunque, che restituisce tasselli alla ricostruzione della società dell'epoca.
E tombe greche si intravedono lungo viale Necropoli Grotticelle, ai bordi della strada, che dà appunto il nome a un suggestivo sito a ridosso del parco della Neapolis.
Ancora, <mute città dei morti> sono quelle che Paolo Orsi mise in luce, e fece recingere, durante la costruzione dell’ospedale Umberto I e in quella del Santuario della Madonna delle Lacrime, negli anni ’60. Una necropoli con centinaia di tombe venne rinvenuta anche in via Mazzanti, a ridosso dell’area su cui sta sorgendo oggi il posteggio comunale. Anche in questo luogo, gli archeologi della Soprintendenza aretusea trovarono anche corredi funerari all’interno delle tombe utili per la ricostruzione della società antica dell’età arcaica aretusea. 
(Isabella Di Bartolo, riproduzione riservata)