Visualizzazione post con etichetta Siracusa. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Siracusa. Mostra tutti i post

domenica 20 novembre 2022

Il primo chef dell'antichità? Era un siracusano

 

Lo chiamavano il “Fidia dei cuochi” e lui, Mithekos di Siracusa, ne era orgoglioso. Le fonti antiche lo descrivono come il primo autore di un trattato di cucina della storia e la tradizione gastronomica degli abitanti della Magna Grecia è legata proprio a questo cuoco siracusano del V secolo avanti Cristo. Oggi, storici e pasticceri, vanno a caccia delle sue ricette per ricostruire la storia del gusto antico e dell’antica Sicilia di età greca. Il primo risultato è nel segno della dolcezza: una torta ispirata alle sue ricette nata dall’unione di ricerche d’archivio e sperimentazione ai fornelli. 


 

“Le testimonianze storiche sulla cucina più antica sono scarne – dice Sergio Cilea, storico e responsabile del Fondo ambiente italiano aretuseo – ma molto preziose. Le fonti ci tramandano il nome di Mithekos, cuoco di Siracusa, citato dallo scrittore Naucrati di Alessandria, vissuto in età imperiale a Roma”. Di quest’ultimo sappiamo che nel II secolo dopo Cristo si trasferì dall’Egitto a Roma per lavorare come bibliotecario di un ricco patrizio e che scrisse un’opera monumentale prendendo come pretesto un banchetto fra intellettuali. Naucrati cita il cuoco aretuseo indicandolo come autore di un Manuale di ricette e proprio su di lui si sono concentrate alcune ricerche in occasione delle Giornate d’autunno del Fai che, nel Siracusano, hanno riaperto al pubblico il santuario rupestre della dea Cibele nel sito dell’antica Akrai, la città fondata dalla Siracusa greca. Proprio per celebrare questo evento, abbiamo proposto a una storica pasticceria di Palazzolo di creare un dolce dedicato alla dea greca dopo aver ricercato quali potessero essere gli ingredienti presenti in Sicilia all’epoca del culto di Cibele consultando anche le fonti relative a Mithekos. Da questo studio è nata la torta Cibele a cui hanno lavorato i pasticceri della famiglia Monaco, titolari di una storica istituzione dolciaria di Palazzolo, e che è diventata una delizia ricercatissima: grani antichi, ricotta addolcita con miele e screziata di basilico, noci per omaggiare il grande albero che fa ombra al santuario di Akrai per un dolce che riecheggia il passato greco e lo fa rivivere. Un dolce che potrebbe essere certo annoverato nel manuale di Mithekos”.

Al cuoco siracusano era legata anche una scuola di cucina considerata tra le più celebri dell’antichità e dove si formavano alcuni tra i più grandi chef dell’epoca, corteggiati dalle più ricche famiglie della Roma imperiale per le quali preparavano banchetti stravaganti, piatti elaborati e sorprendenti che hanno lasciato il segno nella cucina siciliana moderna. Fu suo il merito di diffondere la cucina siracusana, e siciliana, nel resto della Grecia sfruttando le delizie che solo la sua terra produceva. “Basta cercare nelle nostre biblioteche – dice Sergio Cilea – per trovare memorie sconosciute come nel caso della cucina antica. Antichi ricettari, erbari siciliani, libri di letteratura o semplici citazioni come nel caso di Mithekos da Siracusa, possono darci preziose informazioni non solo sul modo di cucinare i cibi ma soprattutto sugli ingredienti utilizzati nella preparazione e che erano presenti in passato nel nostro territorio. Il ritorno alla coltivazione dei grani autoctoni, le farine di grano russello o tumminia esclusive delle nostre antiche ricette, sono tornate ad arricchire i cibi siciliani. Alcuni prodotti di un tempo sono oggi scomparsi come il Mespilus germanica, in Sicilia chiamato Nespola d’inverno donata ai bambini durante il periodo natalizio. Da oltre 2000 anni, invece, sulle tavole si trova l’origano di Siracusa, che cresce spontaneo esclusivamente sulle balze del quartiere della Neapolis: una specie introdotta in tempi antichissimi dai greci, diffusa oltre che a Siracusa solo in Grecia e Turchia”.

Il cibo, si sa, è legato alla terra, alle tradizioni, al popolo. Come mangiavano gli antichi significa anche capire in che modo vivevano perché il banchetto, in ogni epoca e società, è un momento di condivisione, di incontro e assume caratteristiche che vanno oltre al pasto e diventano più ampie, culturali, ludiche e politiche. In tal senso, assume un significato profondo il rimprovero che Platone faceva ai siracusani. Agli abitanti dell’antica Siracusa, infatti, piaceva la buona tavola, il sollazzarsi nei lunghi banchetti e il pasteggiare lussuoso. E il filosofo greco non condivideva la loro abitudine di concedersi troppi vizi a tavola, di cucinare in maniera troppo sofisticata e di usare troppi intingoli: usanze che stridevano con l’educazione di Atene, i principi di moderazione e rigore. Platone però suggeriva di degustare il vino con i dessert e, tra questi, soprattutto i fichi più dolci.

Ma cosa mangiavano gli antichi siciliani? Lo racconta un altro cuoco siciliano, Archestrato di Gela, che visse nel IV secolo avanti Cristo e scrisse un poema culinario dal titolo “Hedypatheia” ovvero “Vita di dolcezze”, in cui sono descritte ricette, modi in cui mescere il vino e prelibatezze condite con olio, aceto, vino, erbette, semi di cumino e sesamo. Archestrato preferiva il pane con farina d’orzo considerato superiore a quelli preparati con altre farine e suggeriva di accompagnarlo con il formaggio che si produceva da sempre specie nelle zone dei monti Iblei.

Ancora un altro siracusano, Labdaco, nel III secolo avanti Cristo si distinse per essere uno dei più famosi cuochi dell’epoca ma anche per aver fondato una scuola culinaria a cui erano iscritti anche allievi provenienti da altre città della Grecia a dimostrazione di quanto fosse nota la cucina dell’Isola greca. 

 

Articolo di Isabella Di Bartolo (pubblicato sul quotidiano La Repubblica, diritti riservati)

 

 

 

venerdì 14 ottobre 2022

Una città greca tra i fumi del Polo industriale: Megara Hyblaea e "Lo regno della morta gente", mostra al museo Paolo Orsi di Siracusa

Una città greca nascosta nella zona industriale. Succede nel Siracusano e precisamente a due passi da Augusta dove si trovano i resti di Megara Hyblaea, la polis che ancora oggi racconta il suo passato e la vita dei suoi abitanti. 


Al museo “Paolo Orsi” di Siracusa è di scena la mostra Lo regno della morta gente. La necropoli meridionale di Megara Hyblaea.




L’esposizione vuole essere una nuova occasione per illustrare la lunga collaborazione tra la

missione archeologica francese a Megara Hyblaea e il Museo Archeologico Regionale Paolo Orsi di

Siracusa. Si tratta di un'eccezionale opportunità per presentare i reperti provenienti dagli scavi della

necropoli meridionale di Megara Hyblaea, custoditi presso il Museo e di cui solo una piccola parte

era stata finora esposta. Essa prova a rintracciare sia alcuni aspetti della vita e della morte degli

antichi Greci di questa famosa città siciliana, sia il lavoro dell’archeologo che li ha studiati.

Il sito di Megara Hyblaea, 20 km a Nord di Siracusa, fu occupato dai Greci a partire della seconda

metà dell’VIII secolo a.C. Meno di tre secoli dopo, all’inizio del V secolo a.C., la città fu presa da

Gelone, tiranno di Siracusa, che trasferì i suoi abitanti. Gli sfollati ritornarono successivamente

occupando l’area della vecchia agorà ma era la fine politica di una città greca cresciuta in parallelo

a Siracusa fino a contrastarla e destinata ad essere abbandonata.

Tale destino ha fatto la fortuna degli archeologi che fin dai tempi di Paolo Orsi alla fine

dell’Ottocento hanno avuto la possibilità di indagare su un sito privo di sovrapposizioni di epoca

moderna. Nel 1949, Luigi Bernabò Brea, Soprintendente alle Antichità per la Sicilia Orientale,

affidò la ricerca all’École française de Rome. Georges Vallet e François Villard, e in seguito i loro

collaboratori e successori, hanno portato avanti le indagini sulla città e le necropoli fino ad oggi.

Dopo la scoperta fortuita nel 1940 del famoso kouros di Sombrotidas, esposto in mostra,

l’attenzione si spostò sulla necropoli meridionale della città, minacciata dallo sviluppo della zona

industriale. Gli interventi di emergenza condotti dalla Soprintendenza archeologica per la Sicilia

orientale e l’École française de Rome in particolare negli anni 1970-1974, permisero lo scavo e lo

studio di circa 700 tombe.

La mostra, divisa in sette sezioni illustra i risultati di indagini attente a tutti gli aspetti connessi al

seppellimento in età greco arcaica: oggetti personali, vasellame, monili, esposti per la prima volta,

raccontano ai visitatori un segmento della vita degli abitanti della polis greca di Megara Hyblaea. Il

catalogo ammirevolmente edito contestualmente all’inaugurazione dell’esposizione, è un

approfondimento dei temi affrontati nel percorso espositivo.

“Grazie a questa esposizione – afferma Antonio Mamo, direttore del Parco Archeologico di

Siracusa - sarà possibile comprendere le varie tipologie di sepolture, la funzione degli oggetti

deposti, il trattamento funerario riservato ai bambini della colonia megarese, grazie ad uno studio

completo di quanto il tempo ha risparmiato. Una collaborazione, quella con l’equipe dell’École

française de Rome, rinsaldata grazie a questo lavoro scientifico che di certo otterrà il favore sia

degli studiosi di settore che del grande pubblico”.



La mostra è curata da Reine Marie Bérard, ricercatrice presso il Centre Nationale de la Recherche

Scientifique e da Anita Crispino, funzionario archeologo del Parco.

domenica 15 marzo 2020

La "banca" più antica di Siracusa? Era il tempio di Zeus

Dalla “banca” più antica della polis greca di Siracusa si ammira un panorama mozzafiato di Ortigia. Visitarlo significa scoprire un volto nascosto della città, della sua storia e del suo paesaggio che tanto ammaliò i viaggiatori del Settecento innamorati delle bellezze archeologiche siciliane.
Poco fuori città, sorge il tempio di Zeus, conosciuto dai siracusani come "le due colonne" per gli esigui, ma imponenti, resti ancora oggi visibili.

Il sito si trova lungo la via Elorina, poco distante dall’ingresso della fonte Ciane, in direzione delle località balneari ed è un monumento di grande valore sotto il profilo storico e artistico, il secondo più antico della città, eretto poco dopo il tempio di Apollo, in Ortigia, in quella che allora era la borgata «Polichne». 


Un edificio templare dorico, maestoso, di cui si conservano tracce delle colonne e della base del tempio, mentre le sue decorazioni sono custodite all’interno del museo archeologico «Paolo Orsi». 


Il tempio di Zeus era una sorta di cassaforte, i sacerdoti svolgevano moltissime funzioni sacre e civica molto legati ed erano custodi di tesori. Qui si trovava anche l'anagrafe della città di cui i sacerdoti erano garanti: si custodivano infatti le liste dei cittadini. 

lunedì 9 marzo 2020

Neapolis, viaggio oltre il Teatro greco


Denon diceva, restando ammaliato dal panorama a cui assisteva dal colle Temenite, che il Teatro Greco offrisse lo spettacolo più bello e pittoresco che avesse mai visto. Ed è così: il gioiello del Parco archeologico della Neapolis, resta la meta per antonomasia di appassionati e turisti. 

Cuore del parco così chiamato dal nome che i Greci diedero all’ultimo dei cinque quartieri della Pentapoli, appunto detto “la nuova città”, il Teatro Greco è il tesoro del Parco che ospita i monumenti più importanti della Siracusa classica. Visitarlo significa immergersi in un viaggio che giunge sino alle origini più antiche della città, e che si snoda attraverso le testimonianze architettoniche più rappresentative della città greca e romana. Costruito nel V secolo a.C. e rimaneggiato in epoca romana, il Teatro Greco fece da cornice alle opere di Epicarmo ed Eschilo. Sulle sue pietre dorate sedettero Platone, il tiranno Dionisio e grandi personaggi della Storia; mentre attori illustri continuano a calcarne la scena durante le Rappresentazioni classiche. Splendido nella sua magnificenza lapidea dorata, quello di Siracusa è il più grande edificio teatrale antico della Sicilia ed uno dei maggiori dell’intero mondo greco. 

Ma non è solo il monumento della Neapolis ad ammaliare. Il viaggio alla scoperta delle meraviglie della Neapolis è con Pietro Piazza, archeologo e guida turistica d'eccezione. 

Fuori dal recinto del Parco archeologico vi è poi un teatro arcaico scavato nella roccia con cavea rettilinea che è chiamato, appunto, Teatro lineare, e poi il Santuario di Apollo Temenite. 
"Le piogge della scorsa primavera hanno portato alla luce tracce di opus signinum - dice l'archeologo - nell'area demaniale attorno a casina Cuti che venne indagata tra gli anni '80 e i primi anni '90. Questa è una zona ancora da studiare che custodisce resti della storia della Neapolis". 

Mentre ad est si trova la zona detta Necropoli Grotticelle, con le sue numerose tombe scavate nella roccia, tra cui quella tradizionalmente indicata come Tomba di Archimede, che è in realtà un colombario di età romana.

Il Teatro greco è attorniato da altri luoghi affascinanti: la Chiesa di San Nicolò dei Cordari (XI secolo a.C.); l’Anfiteatro Romano (II-IV secolo d.c.) con la sua arena circondata dai resti della cavea, datato alla prima età Imperiale; l’ Ara di Ierone (III secolo a.c.) e l’Orecchio di Dionisio, nome che fu dato all’anfratto dal pittore Caravaggio durante la sua visita al sito nel 1608 quando, secondo la leggenda, l’artista rimase senza fiato ad ammirare la maestosa cavità.



E ancora un’insenatura suggestiva che sovrasta il Teatro greco. Gli antichi la chiamavano “grotta del Ninfeo” perché lì la leggenda vuole che le Ninfe facessero il bagno immerse. Oggi resta intatta l’ampia grotticella artificiale scavata nella roccia del Temenite, con un soffitto a volta, al cui centro si trova una grande vasca rettangolare: il bagno, appunto, delle Ninfe. La grotta è una sorta di fontana che riceve un ramo dell'antico acquedotto greco della Neapolis, che alimenta la piccola cascata d’acqua. Un luogo magico, decorato da quattro nicchie che furono poi trasformate in sepolcri. 
La chiamano la via dei Sepolcri con i pinakes, come evidenzia Piazza. La parte adiacente, poi, è detta "Museion": la sede ufficiale della corporazione degli attori. Qui si trovano rilievi votivi e dipinti relativi al culto dei defunti “eroizzati”, molto frequenti nella Siracusa antica di età ellenistica.

venerdì 20 aprile 2018

Il tempo di Artemide nascosto sotto piazza Duomo


Proust scriveva che il vero viaggio di scoperta fosse guardare le cose con occhi nuovi. Accade tutti i giorni osservando, con occhi nuovi appunto, ciò che ci circonda. Ma se questo è addirittura una meraviglia storica, allora il viaggio diviene magia. Accade a piazza Minerva, a due passi dal Duomo, dove basta attraversare una porta incastonata in un muro di eco antica per immergersi in un’altra epoca. In un altro millennio. E scoprire, a pochi metri sotto la piazza calpestata - ogni giorno, tutti i giorni - i resti di un maestoso Tempio che i siracusani greci decisero di innalzare per rendere omaggio alla dea della caccia: Artemide.

Da qui il nome Artemision. Un tempio di ordine Ionico come svelano i capitelli delle imponenti colonne, che per la prima volta è possibile ammirare grazie a visite sotto la guida di esperti ciceroni che accompagnano turisti e non solo alla scoperta di un luogo sospeso nel tempo. Un luogo che descrive non solo una porzione di storia sconosciuta della città e della Sicilia tutta, ma che restituisce un pezzo d’'identità millenaria al popolo moderno. Tutto ebbe inizio un secolo fa quando Paolo Orsi, archeologo innamorato di Siracusa, si accorse che i sotterranei del seicentesco Palazzo Vermexio nascondessero resti antichi. E, per l’'esattezza, le fondazioni di un Tempio Ionico datato al VI secolo avanti Cristo. 
Un Tempio greco che troneggiava sull'’agorà che è oggi piazza Duomo e Minerva e che sorgeva parallelo al Tempio di Athena, oggi inglobato nella Cattedrale.


Basta guardare, con occhi nuovi. Fermarsi in un punto qualsiasi di piazza Minerva e scorgere le colonne doriche nel muro laterale della Cattedrale e poi voltarsi, di fronte. Si scorgerà una fessura esattamente in corrispondenza della colonna che la Cattedrale custodisce. E quella fessura fa parte della struttura pluripremiata che è stata realizzata dall’'architetto Vincenzo Latina, sotto la supervisione del soprintendente emerito di Siracusa, Giuseppe Voza. Una struttura definita a “padiglione” da cui si accede, tramite una scala, al tesoro più nascosto della città. Nelle viscere di Ortigia.
Ammirare questo sito archeologico significa percepire il connubio tra passato e modernità. 


Visitare questi luoghi è un privilegio per quanti vivono ogni giorno la bellezza di un territorio ricco d’'arte e storia, e poter scoprire un altro gioiello che ha reso Siracusa la più grande delle città d’'Occidente tanto da essere decantata da Cicerone e ammirata dai più grandi scrittori e pittori.
Guardare con occhi nuovi la quotidianità offre la sorprendente meraviglia di poter arricchire la conoscenza della propria città e rendersi conto, davvero, delle ragioni per cui la commissione Unesco ha deciso di iscrivere Siracusa nella lista dei beni considerati un patrimonio di tutta l’'umanità. 
E allora basta chiudere gli occhi per ritrovarsi nella città greca, sull’'acropoli che un tempo era questo scorcio di Ortigia. E passeggiare tra le rovine che un tempo furono un edificio templare immenso dove i sacerdoti innalzavano inni agli dei dell’'Olimpo e dove di siracusani festeggiavano e pregavano.