lunedì 28 dicembre 2015

Sant'Angelo Muxaro e il regno di Kokalos



L’ultimo museo inaugurato in Sicilia si trova nel cuore dell’Isola, a Sant’Angelo Muxaro, e affonda le sue radici nella mitologia più antica. Narra le gesta del re sicano Kokalos e del suo regno Kokalos dove si rifugiò Dedalo, l’architetto del labirinto del Minotauro, in fuga da Creta e dove trovò la morte il re Minosse come narra Erodoto.

Qui, nella piazza del comune agrigentino, da pochi giorni ha aperto i battenti un piccolo museo ricco di meraviglie e atteso da oltre venti anni che racconta la storia della città Sicana ma anche la passione di Paolo Orsi, Umberto Zanotti Bianco e gli altri archeologi che sulla loro scia hanno dedicato impegno per ricostruire, tassello dopo tassello, uno scorcio sconosciuto della vita più antica dell’Isola.
<A Sant’Angelo Muxaro l’ipotesi storica si fonda sul mito che qui individua la reggia di Kokalos – dice l’archeologa Caterina Greco che guida la Soprintendenza di Agrigento -. E’ questo uno dei racconti fondanti dell’archeologia greca in Sicilia e, naturalmente, serve ad adombrare sotto il profilo mitologico una realtà storica che è quella delle relazioni culturali tra la Sicilia meridionale e il regno egeico dall’epoca micenea fino alla fondazione greca. L’archeologia invece svela la localizzazione di siti attivi dalla protostoria al medioevo, in varie zone del circondario di S. Angelo Muxaro, e la testimonianza imponente di due necropoli: una alle pendici del paese e una in località vicina che sono tra le più note “sicane”. Alcune di esse conservano tipologie di tomba ipogeiche la cui forma ogivale con lo scodellino ricorda le grandiosi tholoi micenee. Quelle agrigentine sono però scavate nella roccia>. Di questo si è occupato il docente Francesco Tomasello dell’Ateneo di Catania che ha pubblicato un’ampia documentazione scientifica. 

Il sito di Sant’Angelo Muxaro è importante per i rinvenimenti legati al tesoro d’oro di proprietà del vescovo Lucchesi Palla di cui Houel immortalò le patere (coppe per sacrifici) tra le quali una venne acquistata dal British museum di Londra e che, adesso, si trova in mostra ad Agrigento grazie a un accordo tra Sicilia e Inghilterra. I reperti sono oggetto di un nuovo studio da parte del docente Dario Palermo dell’Università di Catania. <Sant’Angelo Muxaro venne riscoperto da Orsi negli anni Venti che qui lavorò con un giovane Zanotti Bianco – prosegue Caterina Greco – recuperando alcuni reperti preziosi come due anelli oggi al museo archeologico di Siracusa. I materiali di questo sito sicano sono andati un po’ dispersi anche alla luce dei rinvenimenti casuali di fine dell’Ottocento. Alcuni si trovano alla Pigorini di Roma e altri ancora al museo Salinas di Palermo e, ancora, in collezioni private di cui due sono esposti alcuni oggetti nel nuovo museo tra cui modellino di tempietto della collezione Veneroso di Sciacca>.

Quello che oggi è un paese di 1.500 abitanti era un tempo una città florida che ebbe un ruolo importante nello scacchiere dei commerci del Mediterraneo alla fine del secondo millennio a.C. E il museo civico di Sant’Angelo Muxaro ha un valore profondamente simbolico: intende riscoprire e trasmettere alle nuove generazioni il passato più antico della Sicilia, nell’età mitica dei Lestrigoni e dei Sicani di cui parla Tucidide. <Il museo nasce grazie alla sinergia tra la Soprintendenza e l’amministrazione comunale – dice Caterina Greco – su un progetto della fine degli anni Novanta. Il Comune acquisì allora l’ultimo palazzetto storico della piazza per destinarlo al museo ed è stato inaugurato in occasione del ritorno degli ori dal British museum di Londra che ha collaborato all’evento credendo nella validità scientifica della “mission” siciliana che integrava l’intento del British museum di favorire le ri-contestualizzazioni dei reperti con i territori di provenienza. Il museo è piccolo ma molto bello e connotato da apparati innovativi oltre che da spazi destinati alla ricerca che non può essere interrotta perché il sito è ancora da scoprire e studiare>. In mostra ceramiche, monili e armi in bronzo rinvenuti durante gli scavi del 2006 e 2007 curati dalla Soprintendenza che si affiancano a quelli esposti nel museo-gioiello di Agrigento diretto da Gabriella Costantini. In mostra anche ricostruzioni e filmati secondo un progetto firmato da Nuccia Gullì prendendo le mosse da un’idea di De Miro.
Il museo espone i tesori custoditi, per anni, nei magazzini della Soprintendenza che raccontano la grandezza di questa città di eco mitica e rappresenta un segno di rinnovamento e speranza che parte dal centro della Sicilia nel segno della più grande cultura. 

Oggi il museo può essere visitato gratuitamente tutti i giorni dalle 9 alle 18 grazie alla convenzione tra Soprintendenza e Comune. Dal 6 gennaio sarà compito delle istituzioni far sì che il sipario sulla Sicilia più antica resti ben alzato.
Isabella di bartolo (pubblicato sul quotidiano La Sicilia)
Fotografie di Michele Termine

martedì 15 dicembre 2015

Trafugati e salvati, 100 tesori in mostra a Siracusa

Cento reperti trafugati tornano alla luce per la seconda volta. Cento oggetti strappati dai tombaroli dalla Guardia di finanza in oltre 50 anni di attività a difesa del patrimonio. Si intitola “La luce dell’onestà” la mostra-evento inaugurata ieri mattina nella sala Caravaggio della Soprintendenza di piazza Duomo dopo un momento di confronto tra le autorità religiose, civili e militari della provincia nella sala San Zosimo dell’Arcivescovado.
 


«Si restituiscono alla società i beni che traducono quanto di più bello la nobiltà del sentire umano riesca a compiere attraverso l’arte - ha detto monsignor Salvatore Pappalardo, arcivescovo della città - e ben venga questo durante la festa di Santa Lucia, festa della luce appunto». La mostra, fortemente voluta dalla soprintendente Rosalba Panvini insieme con il comandante provinciale della Guardia di finanza, Antonino Spampinato, è stata inserita tra gli eventi a corredo del Giubileo della misericordia dalla chiesa aretusea. E, per questo, sposata con entusiasmo anche dalla deputazione della cappella di S. Lucia guidata dall’avvocato Pucci Piccione. «Si suggella oggi un momento di intensa devozione - ha commentato - tra arte e religiosità».
A presentare l’evento nel corso di una conferenza coordinata dal giornalista Alessandro Ricupero, erano i rappresentanti dell’iniziativa a simboleggiare la sinergia tra le istituzioni. Il generale Ignazio Gibilaro, comandante regionale delle fiamme gialle, si è soffermato sull’importanza dell’evento inusuale in Sicilia. «Il Paese ha bisogno di segnali e questa mostra, con quel che rappresenta ne è certamente uno - ha detto il generale della Guardia di finanza -. E’ un messaggio di luce rivolto soprattutto ai giovani, coinvolti in questa iniziativa. Ed è un messaggio alla società per far comprendere come le istituzioni non siano malate o inefficaci: tutt’altro. Grazie al lavoro, silenzioso e costante, e alla sinergia, le istituzioni esprimono valori morali e sociali fondamentali».
E di valori ha parlato anche il prefetto Armando Gradone. «In questi 3 anni di mio impegno a Siracusa - ha detto - ho potuto constatare la voglia di partecipazione della comunità e di stringersi attorno alle istituzioni. In questo momento così delicato e difficile, occorre affermare con forza il desiderio di legalità. Questa mostra ne è un segno e ne svela la luce ma anche il profumo dell’onestà».



Sul ruolo della scuola, coinvolta nel progetto della Soprintendenza, si è soffermato il sindaco Giancarlo Garozzo. Mentre il capo di gabinetto dell’assessorato regionale ai Beni culturali, Mario Candora, ha evidenziato l’importanza di un nuovo codice etico nella pubblica amministrazione.
«Un momento altamente simbolico e culturale - ha detto il procuratore della Repubblica, Francesco Paolo Giordano -: la tutela dei beni culturali assume anche un valore sociale di grande rilevanza. Fondamentale il lavoro delle istituzioni giudiziarie con quello delle pubbliche amministrazioni perché la prevenzione non è efficace senza la repressione».
A illustrare la mostra, il suo valore e i reperti esposti nella sala Caravaggio fino al 17 gennaio, è stata la soprintendente Rosalba Panvini. «La Soprintendenza deve svolgere un ruolo culturale come il procuratore Giordano ha esortato a fare - ha detto l’archeologa e docente accademica - e questo evento, che è il quarto in questi miei primi 3 mesi di lavoro a Siracusa, va proprio in questa direzione, pur nella consapevolezza che il mio impegno sia anche tra le pratiche burocratiche. La mostra nasce da un incontro istituzionale tra me e il comandante Spampinato e dalla volontà di promuovere un evento in occasione dei festeggiamenti luciani, da qui la mia scelta di aprire i magazzini della Soprintendenza dove giacevano 480 reperti sequestrati dalle fiamme gialle dal 1963 a oggi. Oggetti bellissimi ma negati alla fruizione che, grazie all’impegno degli esperti della Soprintendenza, sono tornati per la seconda volta alla luce». Un lavoro profuso dalla soprintendente Panvini con Mariella Musumeci e Rosa Lantieri e, ancora, con le archeologhe Gabriella Ancona, Giuseppina Bruno, Elena Flavia Castagnino, Alessandra Castorina ed Elena Messina. «A questo eccellente lavoro si è aggiunto l’entusiasmo di 4 studentesse universitarie - ha proseguito Rosalba Panvini -: Giuliana Garagozzo, Liliana Elena Maravigna, Francesca Pulvirenti, le quali lavoreranno alla loro tesi di laurea proprio con questi reperti meravigliosi. Sono infatti convinta che il patrimonio sia di tutti e che soprattutto le nuove generazioni debbanono comprenderne il senso e il valore identitario, per questo ho coinvolto l’università e le scuole superiori. Con queste ultime faremo stage a partire da gennaio per insegnare ai ragazzi a disegnare i vasi antichi e a maneggiare, così, l’archeologia e la storia». Per fare questo, la Soprintendenza metterà a disposizione degli studenti i reperti falsi rinvenuti tra quelli sequestrati dalla Guardia di finanza.
Ma c’è di più. La mostra non si concluderà a Siracusa ma sarà itinerante come la soprintendente ha annunciato al termine dell’incontro. «Perché la cultura possa viaggiare e non resti chiusa tra le stanze di un museo o i magazzini di una Soprintendenza».
(di Isabella Di Bartolo, pubblicato sul quotidiano La Sicilia, riproduzione riservata) 

domenica 6 dicembre 2015

Caltabellotta, scavi nella città (ancora) senza nome



Una città ancora senza nome nel cuore della moderna Caltabellotta. A scoprirla sono gli archeologi dell’Università di Catania impegnati in una delle rare missioni di indagini storiche dell’Isola resa possibile solo grazie all’impegno e agli sforzi economici di docenti e studenti accademici. Da 4 anni, la Soprintendenza di Agrigento retta da Caterina Greco ha autorizzato una missione archeologica sulla collina di contrada San Benedetto, a poche centinaia di metri dal centro storico di Caltabellotta, per riportare alla luce i resti più antichi della cittadina che avevano fatto capolino negli anni Ottanta e che arricchiscono la storia della città dove venne stipulata la pace del 1302 al termine della guerra del Vespro. 

<Un sito di grande importanza – dice l’archeologa Rosalba Panvini, soprintendente di Ragusa e Siracusa – che avevamo iniziato a indagare 30 anni fa. Grazie alla sensibilità della soprintendente di Agrigento, Caterina Greco, da sempre attenta alle esigenze di tutela e studio del territorio, abbiamo ripreso gli scavi programmatici per poter ricostruire le fasi storiche di un pezzo della Sicilia ancora sconosciuta. Caltabellotta custodisce le vestigia di un villaggio indigeno poi ellenizzato all’arrivo dei Greci. Un luogo strategico, inespugnabile perché sulla sommità di un colle a mille metri di altezza, e ricco di acqua per la presenza di sorgenti: un luogo idoneo per fondare un villaggio>.




E qui, infatti, gli archeologi di Catania hanno rinvenuto tracce di una piccola città indigena. <Ma ciò che non ci aspettavamo – dice Dario Palermo, docente di Archeologia all’Università etnea – era di trovare tracce di età preistorica: una vera sorpresa>.



Lo scavo è dunque incentrato su diversi aspetti che questo sito cela insieme con una bellezza paesaggistica mozzafiato per la sua posizione. L’insediamento di San Benedetto svela il passaggio dei secoli attraverso la vita dei suoi abitanti dall’età del Ferro a quella greca. D’improvviso, dopo il V secolo, il villaggio viene abbandonato e probabilmente si trasferisce più a valle in quella che diventerà la città di Triokala in età ellenistico-romana. Un centro fiorente e potente, difeso da una rocca, ricca di acqua e terre feconde.



<Del villaggio più antico non abbiamo alcuna fonte storica – prosegue il prof Palermo -, probabilmente nasce nella tarda età del Bronzo: noi abbiamo appena sfiorato la fase preistorica del sito rinvenendo ceramiche di uso quotidiano simili a quelli di Pantalica nord, ma di ambiente occidentale, e rinvenuto tracce di importazioni dalla Sardegna che confermano l’asse commerciale tra questa parte della Sicilia e l’altra grande isola legato alla circolazione del metallo, soprattutto del bronzo. Le ceramiche nuragiche si trovano anche in Grecia e in Spagna, ed è probabile che furono gli stessi ciprioti esperti nella lavorazione del bronzo a insegnare ai sardi a estrarre e lavorare il metallo. La Sicilia era al centro di questo itinerario commerciale>. Dell’insediamento preistorico sono state trovate due grandi capanne circolari dell’età del Ferro, ampie 10 metri: tracce del villaggio più antico che, successivamente, in età arcaica si trasforma in concomitanza con la fondazione di Selinunte poco distante di cui diviene una sorta di vedetta e caposaldo strategico. 




<E’ interessante scoprire le varie fasi di vita attraverso il riutilizzo dell’insediamento – dice Rosalba Panvini, docente all’Università etnea -. L’abitato di età greca mostra chiaramente questa caratteristica insieme con un’altra peculiarità legata all’identità del popolo indigeno che ha mantenuto la propria profonda cultura legata alla terra, un segno identitario di cui restano tracce ancora oggi. Caltabellotta è un paesino di rara bellezza e valenza storica e naturalistica, che conserva segni indelebili del suo passato>.



Dell’abitato greco sono venuti alla luce resti della cinta muraria, strade e case. E poi ceramiche di uso comune per preparare cibi, mangiare e bere; alcune di produzione locale a testimonianza della presenza di artigiani che imitavano anche la “moda” greca appena arrivata. <Dal punto di vista storico, questo villaggio di Caltabellotta è un ambiente del tutto sconosciuto – dice Palermo – un luogo di frontiera dove si trovano assieme elementi greci, punici e indigeni: una situazione particolare mai indagata a cui si aggiunge un lato preistorico che ci ha sorpreso positivamente>. La città senza nome era un crocevia in cui si incontrano le culture indigene dei Sikani, quelle dei Greci, dei Punici e dei Romani come mostrano anche le monete e le ceramiche finora ritrovate.



Per svelare, tassello dopo tassello, la storia di questo sito occorre scavare ancora. Esplorare il villaggio, scoprirne le tombe, i luoghi sacri, le altre caratteristiche. <Un lavoro importante svolto grazie alla passione e al lavoro degli studenti universitari – dice Palermo – i quali hanno reso possibile uno dei pochi scavi programmati in Sicilia. Ormai, nella nostra Isola ricca di passato, si avviano indagini archeologiche solo in casi di urgenza sempre per carenza di risorse. Quello di Caltabellotta, grazie all’autorizzazione della Soprintendenza, apre una frontiera nuova: lo scavo è finanziato da docenti e studenti e grande aiuto arriva dal piccolo Comune di Caltabellotta che mette a disposizione i locali e ha acquistato alcune attrezzature. In Sicilia non si cerca più il passato perché non ci sono soldi per l’archeologia e dunque per la cultura: che lo facciano con entusiasmo e sacrifici le nuove generazioni è il segno di una consapevolezza che sorprende e arricchisce>.

In questo delicato compito di tutela del passato si inserisce l'attività della Soprintendenza di Agrigento particolarmente attenta a coniugare difesa e fruizione del territorio. <Abbiamo voluto avviare queste indagini archeologiche consapevoli dell'importanza dello studio - commenta l'archeologa Caterina Greco, soprintendente di Agrigento - ridando vita ad attività scientifiche gestite in convenzione con L'Università di Catania che si inseriscono nel solco del nostro lavoro profuso a salvaguardia del patrimonio>. 


Isabella di bartolo

lunedì 30 novembre 2015

Il cuore (poco) pulsante dei musei siciliani




Che la bellezza da sola non basti, lo insegna l’Unesco. La Sicilia, tra le regioni più ricche di siti iscritti nella “World heritage list”, rischia di perdere riconoscimenti a causa dell’indolenza di chi dovrebbe gestire monumenti e aree archeologiche uniche al mondo. E così anche davanti ai numeri delle presenze turistiche 2015 nei musei dell’Isola, emerge una vacatio ormai decennale condita dall’arroganza di direttori e soprintendenti di vecchio stampo.
Il turismo culturale in Sicilia continua sulla strada positiva avviata nel 2014 e vede le aree archeologiche di Taormina, Agrigento e Siracusa sul podio delle mete più affollate dai visitatori di tutto il mondo. Eppure, alle luci di luoghi ammirati da centinaia di migliaia di visitatori, si affiancano le ombre dei musei poco distanti e deserti. Accade a Taormina dove il Teatro antico registra 660mila presenze in 10 mesi e il museo archeologico di Naxos si ferma a 19mila. Accade ad Agrigento con 485mila turisti alla Valle dei Templi e meno di 14mila al Museo archeologico di Agrigento e, ancora, succede a Siracusa dove il Parco della Neapolis sfiora i 360mila visitatori e il museo “Paolo Orsi”, tra i più importanti d’Europa, riesce a intercettarne 56mila di cui la metà non paganti. 

Una, nessuna, centomila le ragioni dello scarso appeal dei musei siciliani secondo gli addetti ai lavori. Il ministero ai Beni culturali suggerisce bandi e criteri trasparenti per direttori e staff eliminando così le nomine politiche. Gli esperti di comunicazione 2.0 parlano di ammodernare linguaggi e vetrine, sfruttando la multimedialità e le vie del web. I soprintendenti auspicano lo stanziamento di maggiori risorse economiche da parte della Regione e il valzer degli assessore regionali mortifica qualche idea avviata come i gemellaggi con grandi strutture internazionali e i prestiti in cambio di mostre di levatura mondiale. A complicare le cose ci si mettono anche i bandi partiti e bloccati per i bookshop e i servizi aggiuntivi.
Ma forse la più significativa tra tutte le ragioni è quella che si legge tra le pagine di commento lasciate dai visitatori nei musei siciliani: la mancanza di vitalità. I musei regionali sono vecchi, addormentati, convinti che le loro meraviglie siano sufficienti a riempirli di visitatori. Un’eccezione però c’è: il Salinas di Palermo. E’ tra i più attivi sul web a livello nazionale e il più aperto al territorio. Promuove eventi, mostre, visite speciali. Apre i depositi, invita gli studenti, collabora con le università e cinguetta sul web. E la cosa più bella è che è chiuso per restauro ma è più vivo di tutti gli altri musei. 



I numeri e i commenti
Sono stati 484mila i visitatori che hanno ammirato i templi di Agrigento da gennaio a ottobre e, di questi, il 5% circa ha avuto voglia di proseguire il tour nella storia tra le sale del Museo archeologico regionale della città. Stesso raffronto tra il Teatro greco di Siracusa e il Museo archeologico “Paolo Orsi” che, nonostante sia a poche centinaia di metri dalla Neapolis e rappresenti uno dei più importanti d’Europa, resta meta per pochi appassionati. Stesso discorso per il Teatro antico di Taormina e il Museo archeologico di Naxos. <C’è un paradosso tutto siciliano quando si parla dei numeri relativi al turismo culturale>. Ne è convinto il presidente del Consiglio nazionale dei Beni culturali del ministero, il professor Giuliano Volpe, spulciano i dati del 2015. E non solo perché i flussi di visitatori nei luoghi d’arte e storia dell’Isola sono di gran lunga inferiori rispetto alle loro potenzialità specie se confrontati con le “star” d’Italia. Ma soprattutto in merito al rapporto tra le presenze registrate tra i siti di uno stesso comprensorio come Volpe evidenzia. <In Sicilia i musei e le aree archeologiche di una stessa città non dialogano e si vede – commenta – così come si nota che i direttori, seppur eccellenti professionisti, non siano adeguati alle esigenze del mercato culturale moderno. La Sicilia deve svecchiarsi e allontanarsi dalla politica>.
I numeri relativi al 2015 (registrati dal dipartimento regionale ai Beni culturali della Regione siciliana fino a ottobre) confermano il trend del 2014 con il Teatro antico di Taormina sul podio dei luoghi più affollati dai turisti con 659mila presenze; seguita dal Parco archeologico della valle dei Templi di Agrigento con 485mila presenze; medaglia di bronzo al Parco archeologico della Neapolis di Siracusa con 359mila turisti in 10 mesi.
I dati dei tre siti siciliani più frequentati dai visitatori sono di gran lunga inferiori a quelli registrati dal circuito del Colosseo con 5 milioni e 625mila presenze o Pompei con 2 milioni e mezzo di visitatori e la Galleria degli Uffizi che sfiora i 2 milioni. <Ma questo non stupisce – commenta Volpe – semmai rammarica. Quel che stupisce è il fatto che vi siano realtà culturali limitrofe con numeri molto diversi e stupisce anche il paragone siciliano con realtà similari d’Italia e del Meridione>. Basta guardare ai numeri della Galleria Borghese (498mila presenze), a quelli del museo nazionale di Napoli (308mila) o del circuito archeologico di Roma con le Terme di Caracalla (245mila).
<Che i flussi dei musei siciliani siano bassi lo confermano anche i raffronti con il museo di Reggio Calabria che è praticamente quasi chiuso eppure, solo con i Bronzi di Riace, ha registrato 150mila presenze in un anno. Peggio ancora il paragone con il Museo nazionale di Taranto: realtà molto marginale e fruibile a sezioni che ha avuto 50mila presenze secondo un trend in crescita – dice il presidente del Consiglio nazionale dei Beni culturali - Alla luce di tutto ciò, la Sicilia dovrebbe essere molto più ricca di visitatori e certo non dovrebbero esistere situazioni di musei con poche decine di turisti in un anno>. Come il Castello a mare di Palermo che ha registrato 22 turisti in 10 mesi o Palazzo Panitteri, nella provincia agrigentina, con 98 presenze.
Anche i quasi 300mila turisti alla Villa romana del Casale di Piazza Armerina meritano una riflessione, secondo Volpe. E aprono il dibattito sull’esigenza di assicurare servizi e collegamenti tra le città e i luoghi d’arte siciliani. La Villa del Casale, insignita dell’Unesco, resta una cattedrale nel deserto ancor più penalizzata dalla chiusura dell’autostrada PA-CT che ha scoraggiato il turismo crocieristico e quello delle scolaresche. <L’unico caso positivo in Sicilia è quello del Parco della Valle dei Templi di Agrigento che certo è affollato da turisti per la notorietà e l’importanza del sito – dice Giuliano Volpe - ma anche per una gestione più vivace, aperta alle innovazioni e capace di mettere in campo una serie di iniziative articolate, attività promozionali con il coinvolgimento della comunità come gli orti sociali, le produzioni di vino e olio tra i terreni della valle. Tutto ciò dimostrano come una gestione più moderna, dinamica e aperta anche ai cittadini sia vincente. Non dimentichiamo che l’assessorato siciliano si chiama ancora alla “Identità siciliana” e non può dimenticare i suoi abitanti>. Il caso di Agrigento è emblematico poiché qui esiste l’unico Parco archeologico autonomo della Sicilia. La Regione ha infatti previsto questo tipo di gestione dei siti archeologici, voluta dalla legge del 2000, ma non ha mai proseguito con l’attivazione degli enti ferma negli uffici e in mano alla consueta burocrazia.
Ma il caso Agrigento è emblematico anche per la vicinanza del Museo archeologico che resta tra i meno affollati dell’Isola. <Un luogo ricco di meraviglia ma sconosciuto persino ai cittadini di Agrigento – commenta Giuliano Volpe – e così accade nel resto dell’Isola. Mi torna in mente quanto ci ha detto Papa Francesco durante un’udienza parlando delle chiese che debbono essere case aperte e non trasformarsi in museo. Ecco, i musei sono visti come una entità chiusa, ostile: questo deve farci riflettere. Abbiamo musei con collezioni straordinarie che poi diventano luoghi chiusi e allora occorre ripartire da questi errori e puntare a comunicazioni moderne e nuove azioni. I musei siciliani sono vecchi, inconcepibili. E ammodernarli non vuol dire svilire le loro collezioni ma, al contrario, dar loro un’altra vita attraverso il web, i social network, gli eventi con il territorio, gli scambi. E’ assurdo che Siracusa o Agrigento abbiamo numeri così alti di presenze e di queste pochissimi turisti sentano il bisogno di visitare i loro musei. E tragicamente rampante il messaggio dei numeri: è molto più di un campanello d’allarme per la Sicilia. Bisogna ripensare completamente il concetto di museo e di gestione, e non è riempendolo di custodi che si risolveranno le cose. Ci vogliono persone competenti, studiosi certo ma anche manager. I musei debbono avere autonomia vera con direzioni e staff di persone di provata competenza scientifico-culturale ma anche manageriale e non scelti dalla politica, servono bandi e procedure trasparenti che rispettino il merito e le professioni. Servono comitati scientifici e consigli d’amministrazione come si sta facendo per i musei italiani. Che senso ha, poi, avere un’amministrazione autonoma per la Valle dei Templi slegata dal Museo di Agrigento? Non è detto che debbano essere gestite insieme ma queste strutture debbono lavorare insieme: io colgo invece tra le Soprintendenze, i musei, le aree archeologiche siciliane una sorta di muro trasparente ma invalicabile>.
Necessaria, dunque, la corretta formazione. <Si lavori di più con le università e si dialoghi tra i musei per una collaborazione sistematica – dice il presidente del Consiglio nazionale dei Beni culturali -. Avevo lanciato al governo siciliano la proposta di sperimentare qui i Policlinici dei beni culturali con gli enti accademici, di ricerca, le associazioni. Ma non ho avuto alcuna risposta>. E al silenzio del governo Crocetta si aggiunge il nuovo valzer degli assessori che complica la gestione anche del patrimonio culturale connotato da una lista delle priorità tra cui, appunto, la nascita dei Parchi archeologici autonomi e la riduzione delle unità operative e delle direzioni museali delle Soprintendenze per una gestione più snella.
(articolo pubblicato su La Sicilia)