venerdì 14 ottobre 2022

Una città greca tra i fumi del Polo industriale: Megara Hyblaea e "Lo regno della morta gente", mostra al museo Paolo Orsi di Siracusa

Una città greca nascosta nella zona industriale. Succede nel Siracusano e precisamente a due passi da Augusta dove si trovano i resti di Megara Hyblaea, la polis che ancora oggi racconta il suo passato e la vita dei suoi abitanti. 


Al museo “Paolo Orsi” di Siracusa è di scena la mostra Lo regno della morta gente. La necropoli meridionale di Megara Hyblaea.




L’esposizione vuole essere una nuova occasione per illustrare la lunga collaborazione tra la

missione archeologica francese a Megara Hyblaea e il Museo Archeologico Regionale Paolo Orsi di

Siracusa. Si tratta di un'eccezionale opportunità per presentare i reperti provenienti dagli scavi della

necropoli meridionale di Megara Hyblaea, custoditi presso il Museo e di cui solo una piccola parte

era stata finora esposta. Essa prova a rintracciare sia alcuni aspetti della vita e della morte degli

antichi Greci di questa famosa città siciliana, sia il lavoro dell’archeologo che li ha studiati.

Il sito di Megara Hyblaea, 20 km a Nord di Siracusa, fu occupato dai Greci a partire della seconda

metà dell’VIII secolo a.C. Meno di tre secoli dopo, all’inizio del V secolo a.C., la città fu presa da

Gelone, tiranno di Siracusa, che trasferì i suoi abitanti. Gli sfollati ritornarono successivamente

occupando l’area della vecchia agorà ma era la fine politica di una città greca cresciuta in parallelo

a Siracusa fino a contrastarla e destinata ad essere abbandonata.

Tale destino ha fatto la fortuna degli archeologi che fin dai tempi di Paolo Orsi alla fine

dell’Ottocento hanno avuto la possibilità di indagare su un sito privo di sovrapposizioni di epoca

moderna. Nel 1949, Luigi Bernabò Brea, Soprintendente alle Antichità per la Sicilia Orientale,

affidò la ricerca all’École française de Rome. Georges Vallet e François Villard, e in seguito i loro

collaboratori e successori, hanno portato avanti le indagini sulla città e le necropoli fino ad oggi.

Dopo la scoperta fortuita nel 1940 del famoso kouros di Sombrotidas, esposto in mostra,

l’attenzione si spostò sulla necropoli meridionale della città, minacciata dallo sviluppo della zona

industriale. Gli interventi di emergenza condotti dalla Soprintendenza archeologica per la Sicilia

orientale e l’École française de Rome in particolare negli anni 1970-1974, permisero lo scavo e lo

studio di circa 700 tombe.

La mostra, divisa in sette sezioni illustra i risultati di indagini attente a tutti gli aspetti connessi al

seppellimento in età greco arcaica: oggetti personali, vasellame, monili, esposti per la prima volta,

raccontano ai visitatori un segmento della vita degli abitanti della polis greca di Megara Hyblaea. Il

catalogo ammirevolmente edito contestualmente all’inaugurazione dell’esposizione, è un

approfondimento dei temi affrontati nel percorso espositivo.

“Grazie a questa esposizione – afferma Antonio Mamo, direttore del Parco Archeologico di

Siracusa - sarà possibile comprendere le varie tipologie di sepolture, la funzione degli oggetti

deposti, il trattamento funerario riservato ai bambini della colonia megarese, grazie ad uno studio

completo di quanto il tempo ha risparmiato. Una collaborazione, quella con l’equipe dell’École

française de Rome, rinsaldata grazie a questo lavoro scientifico che di certo otterrà il favore sia

degli studiosi di settore che del grande pubblico”.



La mostra è curata da Reine Marie Bérard, ricercatrice presso il Centre Nationale de la Recherche

Scientifique e da Anita Crispino, funzionario archeologo del Parco.

venerdì 30 settembre 2022

Entella, alla scoperta della città elima

 Avete mai sentito parlare di Entella? E' un sito archeologico straordinario, sulla omonima rocca in territorio di Contessa Entellina.

Qui, da quasi un mese, gli archeologi sono tornati a scavare per ricostruire - reperto dopo reperto - la storia di questa città fondata dagli Elimi grande almeno quanto Segesta.



Una città bellissima come mostrano i resti rinvenuti e come appare dalle nuove indagini curate dalla Scuola Normale di Pisa (Laboratorio SAET) insieme con il parco di Segesta e sotto la supervisione di Rossella Giglio, archeologa e già direttrice del parco.




Qui, sulla Rocca di Entella, gli archeologi sono impegnati in due aree: una per comprendere quali fossero gli edifici antichi preesistenti al palazzo medievale e un'altra nel complesso monumentale del vallone Est. "Questi due siti - dice Maria Cecilia Parra, archeologa e direttrice dello scavo per la Scuola di Pisa con Anna Magnetto - quest’anno sembrano unire la propria voce nel restituire strutture, dispositivi, materiali che parlano di culti, di riti, di luoghi del sacro: dove Demetra e Kore sono presenze sempre più tangibili, ma dove anche si profila la presenza di altre divinità, comunque legate alla fertilità dei suoli e dei/delle devoti/e. La pioggia ci ha tenuti lontani per un giorno dalla Rocca, domani torneremo sul campo per raccogliere nuovi dati: ma oggi, il lavoro è forse ancor più intenso, tra lavaggio, siglatura, primo restauro, catalogazione, documentazione grafica e fotografica".




Anna Magnetto e Maria Cecilia Parra - con l’aiuto di Cesare Cassanelli, Alessandro Corretti, Pietro Manti, Chiara Michelini, Adelaide Vaggioli - cercano di dirigere al meglio le attività, sempre più entusiasmanti a cui partecipano con il sorriso e la passione numerosi studenti.

lunedì 23 maggio 2022

Omaggio a Giovanna Perno, la nobildonna illuminata che inventò il liceo in casa

E' stata intitolata a Giovanna Perno, nobildonna nissena cui si deve la nascita nel 1972 a Mazzarino della sede distaccata del Liceo Classico Ruggero VII di Caltanissetta, la Biblioteca di quello che adesso è l’Istituto di Istruzione Superiore “Carlo Maria Carafa”. 

La cerimonia, alla presenza della Dirigente Scolastica dott.ssa Adriana Quattrocchi, del Consiglio di Istituto, delle autorità e dei familiari della Perno, si è svolta sabato 21 maggio, alle ore 10, nell’ambito di una manifestazione dell’istituto che, nel celebrare i primi 50 anni del liceo classico di Mazzarino, premierà i migliori studenti dell’anno scolastico 2020-21.

Discendente da una antica famiglia nobiliare, la baronessa Giovanna Perno (1924-2017) viene ancora ricordata a Mazzarino per la generosità d’animo, l’amore per la cultura e le attività filantropiche. Fra queste la caparbietà con cui, nei primi anni Settanta, dopo aver raccolto migliaia di firme fra le famiglie mazzarinesi, riuscì ad ottenere dal Ministero della Pubblica Istruzione il decreto di apertura e la licenza eccezionale che consentiva l’avvio nella sua città del liceo classico, sia pure con un numero di alunni inferiore ai 25 previsti dalla normativa. Appena diciotto gli iscritti al primo anno, il quarto ginnasio. 



Ma, e qui la storia diventa più divertente, con una singolare “soluzione d’emergenza” che dice tutto dell’intelligenza, della sensibilità e di quella attitudine al “problem solving”, come diremmo oggi, di Giovanna Perno. Poiché il Comune tardava ad assegnare una sede stabile per questa prima classe delle superiori, per non far scadere il decreto ministeriale la baronessa Perno, d’accordo con il marito, il cardiologo e medico condotto dott. Salvatore Rizzo, mise generosamente a disposizione la propria casa di via Togliatti. E’ qui che vennero accolti i primi studenti del liceo classico di Mazzarino. Studenti che, in quei primi anni Settanta, o interrompevano gli studi dopo la licenza media oppure, se le famiglie potevano permetterselo, facevano i pendolari per frequentare le superiori a Caltanissetta, Riesi e Piazza Armerina.

“Sembra ieri – raccontano le sorelle Isabella e Agata Rizzo, due dei tre figli di Giovanna Perno – e lo ricordiamo ancora con stupore: al mattino, mentre noi uscivamo per andare a scuola, vedevamo arrivare quei ragazzini più grandi che, con libri e vocabolari al seguito, prendevano posto nel salone di casa nostra, pronti a seguire le lezioni di latino e greco. Per i banchi mamma recuperò dalla soffitta lunghi tavoli e la ricreazione si faceva in giardino. La sera a cena ne parlavamo ed eravamo tutti molto orgogliosi di questa sua iniziativa coraggiosa: sia come cittadina impegnata per la sua comunità, sia come donna, visto che tutto questo è accaduto mezzo secolo fa in una realtà rurale come era quella di Mazzarino dove era più che raro che una donna si occupasse di questioni di cittadinanza attiva. Da adulti, poi, ci siamo resi conto della straordinaria opportunità che questa operazione aveva offerto a molti giovani della zona, soprattutto a chi veniva da una famiglia modesta: poter frequentare le superiori, per di più un liceo classico, a due passi da casa, senza pesare sul bilancio familiare anche per le spese di viaggio. Oggi, i primi maturati di quella classe-pilota “battezzata” a casa nostra, sono tutti affermati professionisti consapevoli che lo studio, favorito dall’istituzione del liceo a Mazzarino, è stato determinante per il loro futuro, sia umano che professionale”.



A ricostruire l’entusiasmo delle settimane che precedettero l’avvio della prima classe di liceo classico a Mazzarino è anche Salvatore Stuppia, oggi dermatologo a Mazara del Vallo: “Furono giorni esaltanti: ricordo quel mese di settembre del 1972 quando giravamo con il maggiolone della signora Perno fra le famiglie di Mazzarino e parlavamo con i nostri coetanei per far sapere del nuovo corso di studi e invitarli a iscriversi. Cominciammo in diciotto, ma già dal secondo anno ci fu il boom con due sezioni, una di inglese e una di francese”.

Negli anni le iscrizioni sono aumentate in maniera costante, tanto da ottenere qualche anno dopo il decreto di autonomia come Liceo Classico di Mazzarino

martedì 8 febbraio 2022

Taormina, al via il restauro del Teatro antico

 Sono cominciati in questi giorni, nel Teatro antico di Taormina, i lavori di restauro della gradinata, l’emiciclo che abbraccia con un solo sguardo la scena, il mare e l’Etna e che nel 1787 fece dire a Goethe che “mai, forse, il pubblico di un teatro ha avuto innanzi a sé uno spettacolo simile”.




Si tratta del primo di una serie di interventi programmati dal Parco Archeologico Naxos Taormina, diretto dall’archeologa Gabriella Tigano e che interesseranno, in vari periodi di bassa stagione, più parti del grande complesso monumentale senza compromettere la fruizione da parte dei visitatori. La ditta di restauri procede infatti per piccoli lotti, perimetrando il cantiere di lavoro e dunque non intralciando le consuete attività di visitatori e guide turistiche. Entro maggio saranno ultimati gli interventi sulle gradinate per dar corso al montaggio degli allestimenti per la stagione degli spettacoli. Dopo l’estate si procederà con la versura e la terrazza ovest. I lavori ammontano a 140.000 euro e sono svolti da una ditta specializzata nel restauro e conservazione di opere d’arte e monumenti.

“Sono interventi assolutamente improcrastinabili per garantire la conservazione del monumento – spiega la direttrice Tigano – e sono i primi a sessant’anni di distanza dallo storico restauro del grande archeologo Luigi Bernabò Brea, che consentì l’avvio della doppia fruizione del Teatro Antico, sia come sito archeologico che come contenitore di eventi in uno scenario unico al mondo. Ma non solo: ci consentiranno di mettere in sicurezza e ripristinare le sedute della cavea, reduci dai sessant’anni più intensi e faticosi nella millenaria storia del monumento. Anni che coincidono con l’inizio del turismo di massa e con l’avvio delle stagioni di spettacoli ed eventi estivi”.

“La manutenzione e la buona tenuta del patrimonio monumentale regionale - sottolinea l’assessore dei Beni culturali e dell’Identità siciliana, Alberto Samoná - è un obiettivo che stiamo cercando di portare avanti con grande impegno, nella consapevolezza che è il presupposto indispensabile per programmare una compiuta valorizzazione della nostra Isola”.

Più complesso e impegnativo l’intervento di restauro che dovrà interessare la scena (scenae frons). Fondamentale la mappatura digitale realizzata con drone e laser scanner nello scorso mese di dicembre: rappresenta il primo passaggio propedeutico che, dopo l’elaborazione dei dati, consegnerà alla direzione del Parco una radiografia completa dei resti monumentali, ma soprattutto un report aggiornato dello stato di degrado con precisione millimetrica.

“Il successivo progetto di restauro dello scenae frons – conclude la Tigano - sarà elaborato con formula interdisciplinare, e sarà oggetto di approfondimenti da parte di un’equipe di professionisti (archeologi, restauratori, architetti, ingegneri) nel quale si farà tesoro anche degli studi preliminari svolti all’inizio del nuovo millennio dal Centro Regionale per la Progettazione e  il Restauro, che per primo monitorò lo stress e i danni causati al monumento dalle vibrazioni sonore degli spettacoli. Un impegno che è e sarà tra gli obiettivi del Parco nei prossimi anni per garantire il miglior equilibrio tra conservazione e salvaguardia del monumento, e un suo uso “moderno” e sostenibile

sabato 30 ottobre 2021

Xmas box nel segno del gusto contro lo spopolamento degli Iblei

 Una strenna natalizia per promuovere il territorio ibleo e fare luce sulle fragilità endemiche delle aree interne, soggette ad un graduale spopolamento che rischia di far scomparire interi centri abitati: questa è l’idea della cooperativa MIB- Mediblei di Palazzolo Acreide (SR) che con la Iblei Special Xmas Box esporta cinque prodotti di quattro aziende locali e lancia una sfida da supereroi: acquistando ognuna delle box, infatti, si consegna un pezzettino di futuro alle aree interne degli Iblei perché è attraverso la promozione del settore produttivo e delle aziende che generano lavoro che si può tentare un cambiamento di rotta dei flussi migratori. 



“L’idea della Iblei Special Xmas Box”, affermano i soci della cooperativa, “è arrivata nel pieno del primo lockdown dettato dalla pandemia. L’isolamento di questi territori amplificato dalla chiusura dei confini e le avveniristiche idee che sentivamo in merito alla ri-abitabilità dei borghi italiani, improvvisamente tornati di moda senza tener conto delle loro endemiche fragilità, ci ha spinti ad una riflessione: cosa possiamo fare per sottrarre i nostri territori ad una narrazione di maniera e farli conoscere anche a chi qui non è mai venuto? Così nasce Iblei Special Xmas Box, una scatola natalizia all’interno della quale è possibile trovare dei prodotti a forte vocazione territoriale e le storie di un intero territorio, che si mette in viaggio per accoglierti direttamente a casa tua”. La box contiene solo prodotti del territorio ibleo, selezionati da aziende che operano tra i Comuni di Palazzolo Acreide, Buccheri e Testa dell’Acqua, quest’ultima piccola contrada rurale al crocevia tra i Comuni di Noto e Palazzolo Acreide. Accanto al criterio della territorialità, “abbiamo operato una scelta trasversale mettendo insieme storie di giovani produttori come Sebastiano Boccaccio dell’Apicultura Leone e Irene Magro e Alessandro Trigila de Lo Zafferaneto, a quelle di veterani del territorio, come il Pastificio e non solo di Mediblei Società Cooperativa – Via Gaetano Italia, 80 Palazzolo Acreide – P.IVA 01997920895 2 di 2 Loretana Puglisi e l’olio dell’Azienda di Enzo Carpino. Soprattutto, abbiamo voluto selezionare prodotti dalle note qualità benefiche che oggi, più che mai, vanno conosciuti per essere tutelati. 


I cambiamenti climatici, infatti, insieme ai vasti incendi che hanno interessato le nostre vallate quest’estate e l’aumento dei prezzi del grano, potrebbero rendere problematico l’approvvigionamento di molte risorse nel prossimo futuro. Facendo conoscere il meglio che questa terra può offrire, ci auguriamo che si possano ulteriormente sensibilizzare i nostri consumatori su quanta attenzione e cura serve ai nostri ecosistemi per non perdere le loro ricchezze più preziose”. Ogni box contiene: una bottiglia di olio extravergine di tonda iblea da 500ml; una confettura di pere e zafferano da 200g; una confezione di miele millefiori estivo ibleo da 250g; due confezioni di pasta di formato lungo e corto da 500g insieme a un panettone agli agrumi di Sicilia da 750g. 7

Agrigento, scoperta una casa romana "restaurata" dagli antichi

 

Una casa “restaurata” già tra il III e il II secolo avanti Cristo. E’ l'eccezionale scoperta di queste ultime settimane nel Parco archeologico della Valle dei Templi di Agrigento, dove è stata riportata alla luce una serie di straordinarie pitture parietali e una pavimentazione in cocciopesto e a mosaico, perfettamente integra, parte di un’abitazione nel cosiddetto quartiere ellenistico-romano. La casa era crollata, o era stata demolita per qualche motivo, e le macerie accumulate hanno “salvato” mosaici e pavimenti in stile pompeiano. 





La scoperta è stata fatta durante la sesta campagna di scavo dell’Università di Bologna nel Quartiere ellenistico-romano di Agrigento
 - la stessa zona dove è stato scoperto il teatro  -, u
n progetto di ricerca avviato in collaborazione con il  Parco Archeologico, sotto la direzione di Giuseppe Lepore del Dipartimento di Beni culturali del Campus di Ravenna. Dal 2016 e con cadenza annuale il team dell’Università di Bologna si è dedicato all'indagine di un intero isolato (il terzo del Quartiere), con particolare attenzione alla Casa III M. E’ stata proprio quest'ultima a restituire un contesto che gli archeologi giudicano di altissimo valore scientifico, con pavimenti e pitture in perfetto stato di conservazione. Il professor Lepore spiega che “si tratta di una scoperta unica nel suo genere. Questa casa è stata ristrutturata, insieme al resto del quartiere, tra la fine del III e gli inizi del II secolo avanti Cristo ed è stata dotata di un complesso sistema di pitture parietali e di pavimenti in cocciopesto e in mosaico, articolati addirittura su due piani. Ben presto, però, forse già nella prima età imperiale, la casa crolla (oppure viene demolita intenzionalmente), cosa che ha determinato il suo straordinario stato di conservazione visto che le macerie hanno “protetto” il pavimento”. L’abitazione, estesa per circa 400 mq, presenta una monumentale pastàs (ovvero uno spazio porticato), dal quale si accede ai tre vani principali, tutti disposti sul lato nord: è stato l’ambiente centrale a riservare le maggiori sorprese durante questa campagna di scavo: ha infatti restituito, al piano terra, il pavimento in cocciopesto con inserti di pietre colorate che formano una decorazione a meandro; il crollo e le macerie che occupavano interamente lo spazio del vano, hanno restituito numerose porzioni del pavimento del piano superiore (un mosaico policromo sempre con motivo a meandro) e le relative pitture parietali, “in stile pompeiano”. 




"Continua la magnifica "stagione" archeologica della Sicilia che non finisce di riservarci sorprese straordinarie come questa: una casa che sembra uscita da un restauro per quanto è perfettamente conservata – interviene l’assessore regionale ai Beni culturali Alberto Samonà -  A dimostrazione che la politica del Governo indirizzata a far ripartire gli scavi in tutte e nove le province siciliane, va nella giusta direzione. Riportare alla luce le testimonianze del passato ci dà la possibilità di costruire il futuro della Sicilia”.

Pavimenti e pitture si possono datare, ad una prima analisi, ad un rifacimento degli inizi del I secolo avanti Cristo. Si tratta di ambienti che appartenevano ad un ceto gentilizio, gli stessi descritti da Cicerone nelle Verrine: stanze ricche di statue, tappezzeria, arazzi, argenti, con pareti affrescate e pavimenti a mosaico.

“Speriamo possano continuare le ricerche – spiega l’architetto  Roberto Sciarratta, direttore della Valle dei Templi -: il Quartiere ellenistico-romano deve diventare un punto di forza del nuovo percorso che stiamo allestendo nel Parco archeologico, che collegherà  la Collina dei Templi direttamente con le terrazze superiori della città antica, che ospitano il Quartiere da una parte e il museo archeologico “Pietro Griffo” dall'altra, oltre all'area degli edifici pubblici dell'area centrale, fino all’ipogeo Giacatello. I lavori dell’Università di Bologna, di cui condividiamo gli obiettivi, si inseriscono dunque pienamente nella programmazione del Parco, volto ad ampliare l'offerta culturale ed a comunicare al meglio il proprio patrimonio”. I lavori sul campo riprenderanno l'anno prossimo, ma nel frattempo il gruppo di lavoro coordinato dal professor Lepore continuerà a lavorare e studiare i materiali rinvenuti all’interno del crollo e la ricomposizione delle pitture parietali e dei frammenti di mosaico.




giovedì 2 settembre 2021

Alfio Patti ed Elio Distefano: dialogo su Eretici, avventurieri e cospiratori




Gli otto poeti inseriti in questo saggio ci mostrano una cartina al tornasole di un'epoca interessante, spartiacque tra Rinascimento e Illuminismo. Un periodo tanto oscuro quanto preparatorio alla rinascita della ragione e della libertà di pensiero. Attraverso i loro versi conosciamo usi e costumi, luoghi e regole, politica e religione, giustizia umana e divina di quell'epoca, ma apprendiamo soprattutto i sentimenti che questi uomini-poeti hanno espresso con i loro versi pieni d'amore nei confronti della poesia. Questa era considerata, allora, un dono di Dio e come tale doveva essere onorata e coltivata, soprattutto condivisa.


Alfio Patti, scrittore, poeta e cantautore, dialoga con Elio Distefano, studioso e docente, per descrivere un libro che è un viaggio nel tempo, tra bellezza e oscurità. 

  • Un libro che parla di libertà, quella negata dalle circostanze e quella, per contro, ostinatamente ricercata e praticata da questi uomini, il diciottesimo “parto” letterario di Alfio Patti. Scritto, guarda caso, in un periodo di forzata reclusione, quasi una cattività, come la primavera del 2020: solo un caso che l’interesse per questi poeti sia sbocciato in un simile frangente, o piuttosto una scelta deliberata e consapevole?


  • - L’interesse per questi poeti è nato, in verità, circa 20 anni fa quando leggendo autori del passato avevo notato che alcuni di loro avevano avuto una vita rocambolesca. Per fare questo lavoro, però, occorreva tempo, concentrazione e ricerca. Cose che non avevo in quel tempo. Il confinamento per la pandemia, però, ha riacceso in me l’idea. Ho letto, quindi, le poesie di 34 poeti siciliani del Seicento di un certo spessore e ne ho trovati 8 che avevano vissuto la loro vita con fatica e sofferenze e avevano scritto, per questo, le loro poesie sulla propria pelle. Avevano avuto il coraggio di andare controcorrente, contro il pensiero unico di allora e fare delle scelte forti anche a costo della vita.


  • • Il titolo del libro propone una triade di aggettivi molto forti, che non possono lasciare indifferente chi vi s’imbatta negli scaffali di una libreria, reale o virtuale: quale relazione si può stabilire fra questi termini? Si tratta di una climax ascendente?


  • - Sì, il climax ascendente ci può stare. Ho scelto questo titolo di getto senza una apparente considerazione ma già inconsciamente sapevo che un “eretico” fa delle scelte forti e che a causa di queste scelte la sua vita diventa un’avventura per sfuggire alle insidie e ai contrasti che ne derivano per sfociare, poi, in una cospirazione per abbattere quel sistema che toglie libertà e dignità agli uomini.


  • • A mio parere, fra i termini contenuti nel titolo, è il primo, “eretici”, che li racchiude tutti e li suggella nel segno di una orgogliosa rivendicazione della propria individualità di fronte a chi li bolla come tali, poiché contiene in sé già nell’etimo l’idea di una scelta forte, lucida, coraggiosa, perdipiù in un tempo di strisciante servilismo e di avvilente mancanza di rispetto per la dignità umana. Sembra quasi di trarne la lezione che, quando la libertà e la dignità dell’uomo tendono ad essere soffocate (ed è una costante che, come un fiume carsico, riemerge molte volte nella storia, in modi diversi e a volte inattesi!) essere eretico voglia dire tout court essere poeta. Sei d’accordo su questa visione? Come la pensi a riguardo?


  • - Sono d’accordo. In quel contesto, ma anche oggi, la “parola” e la poesia restano le uniche forme rivoluzionarie per contrastare questo stato di cose. Mentre scrivevo il libro trovavo molte similitudini tra il Seicento e il nostro di tempo. Anche allora le pandemie per la peste e le quarantene con la caccia agli untori; siccità e conseguenti carestie (senza che esistesse il buco d’ozono); eruzioni devastanti e terremoti violenti, ma soprattutto la mancanza della giustizia; abusi di potere dei nobili e quello del clero mettevano in ginocchio quegli illuminati e colti dei “miei” poeti che hanno fatto della poesia e della conoscenza uno scopo di vita contribuendo alla nascita del futuro Illuminismo.


  • • Questi poeti si sono espressi su diversi registri, da quello propriamente lirico a quello civile e politico, e perfino al burlesco. Quando si sente parlare di burlesco si pensa sempre allo spirito salace di certa poesia duecentesca toscana, come quella dell’Angiolieri. In una natura chiaroscurale come quella siciliana, quali tonalità assume il burlesco, secondo te?


  • - Il burlesco che ci ha spiegato l’ufficiale cultura peninsulare, e che è di grande prestigio per via dell’uso di ironia, parodia e comicità, si distacca da quello isolano siciliano. Esso ha una sua peculiarità. I poeti da me trattati hanno tutti prodotto poesie burlesche, d’amore e religiose. Ma qui il burlesco si tinge di un retrogusto amaro; di una tragicità greca che permette di “babbiàre”, cioè scherzare su un dramma mentre lo stesso autore “va a fondo”. Uno dei poeti chiede del vino agli amici mentre è in carcere. Lo fa non perché sia un ubriacone ma perché ha freddo dentro “i dammusi” e la poesia diventa un momento ridanciano, ma l’autore sta veramente languendo nelle patrie galere. Il burlesco permette ai poeti di attaccare i potenti strappando risate agli stessi interessati. Nel contempo i poeti dicono verità che altrimenti non potrebbero dire. Lo stesso procedimento il popolo usava con “Lu diri” nel periodo carnascialesco o a teatro con il “Cu’ nesci parra”, improvvisando.



  • • A leggere i ritratti dei poeti scelti, con i numerosi excerpta dalle loro opere, sembra che essi, tutti uomini di vasta cultura, che si sono cimentati in numerosi campi del sapere e dell’arte, abbiano riservato uno spazio speciale all’attività poetica, utilizzando il verso come mezzo più immediato e personale per esprimere con forza i sentimenti più urgenti e spesso tempestosi che agitavano il loro animo, a volte come armi per ingaggiare una battaglia di libertà. Ti trovi d’accordo su questa definizione? 


  • - Sì, per loro la poesia era un’arma speciale. Oggi forse non più, ma allora la scrittura e la conoscenza era per pochi e gli stessi poeti si consideravano dei privilegiati. La poesia era per loro un dono e sapevano che andava alimentato e divulgato. La poesia sopravvive ai suoi stessi autori ed essi credevano che la liricità dei loro versi e il ruolo pedagogico della poesia avrebbe cambiato il mondo.  


  • • Quando si scrive, che si tratti di personaggi di un romanzo o di uomini realmente esistiti, come in questo caso, è inevitabile specchiarvisi. Quale di questi poeti ritieni a te più somigliante e sotto quali aspetti e, viceversa, da chi e perché ti senti più distante?


  • - Io mi sono rivisto, come temperamento e carattere, comprese debolezze, in Michele Moraschino, il poeta spadaccino, sferzante del pericolo e accusato di eresia. Pur essendo amico dei gesuiti che tanto lo stimavano, venne incarcerato dai domenicani che detenevano l’amministrazione del Santo Uffizio. Patì senza colpe tre anni di carcere dove dovette lottare con gentaglia all’interno della stessa cella. Lui era di un’altra pasta. Fu liberato a seguito di un’ispezione inviata direttamente dalla Spagna. Riacquistò credibilità appena libero e continuò i suoi studi illuminanti e illuministici. Il poeta da me molto distante è Simone Rao, perché ambiguo, delatore ed ecclesiastico. Nonostante avesse tramato con una congiura contro il re di Spagna fu da Sua Maestà premiato prima come cappellano di Corte poi come vescovo di Patti. Gli altri rivoluzionari furono giustiziati. Rao incarna il suo secolo: ampolloso, ipocrita, dove la forma vinceva sul contenuto, in tutti i sensi.