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lunedì 9 novembre 2015

Giuliano Volpe: "Sperimentiamo in Sicilia i Policlinici dei beni culturali"



Il primo “Policlinico dei beni culturali” potrebbe nascere in Sicilia. E precisamente nel polo Catania-Siracusa e ad Agrigento. Per una volta, infatti, l’Isola diventa modello di gestione del patrimonio secondo le nuove direttive dettate dallo Stato. A suggerirlo è il ministero di Franceschini attraverso il Consiglio superiore per i Beni culturali e paesaggistici.
«L’idea è semplice e concreta – dice il presidente Giuliano Volpe – ed è quella di istituire strutture miste che vedano insieme Atenei, Soprintendenze e Cnr insieme con l’apporto delle associazioni professionali, in cui docenti, ricercatori, tecnici, funzionari lavorerebbero insieme mettendo in comune strutture, laboratori, biblioteche e soprattutto competenze, conoscenze, sensibilità diverse, con evidenti vantaggi in termini di miglioramento della qualità tanto nella tutela e valorizzazione quanto nella formazione e nella ricerca».
“Policlinici dei beni culturali” che colmerebbero le lacune di questi ultimi anni e che, in Sicilia, avrebbero terreno fertile. «L’Isola ha un regime diverso, autonomo
– dice il professore Volpe – e questa sua peculiarità politica, e dunque gestionale, ha vantaggi importanti rispetto a certi lati negativi gestionali dovuti all’eccessiva frammentazione provinciale.
La Sicilia ha in sé un’idea di fondo che è positiva e che io difendo: quella dell’accentramento della gestione. Io sono favorevole, infatti, al modello siciliano che prevede un soggetto unico capace dunque di collaborare con Università e Cnr. L’esempio concreto è quello di Agrigento: la città dei Templi vanta un’ottima soprintendenza, competente e da sempre aperta a collaborazioni; ha anche un Parco archeologico autonomo e l’Università di Palermo con la sua facoltà umanistica. Ecco, mettiamo insieme questi organismi e istituiamo lì il primo Policlinico dei beni culturali».
Un esperimento, dunque. «Lo stesso che si potrebbe dovrebbe fare anche nel territorio di Catania-Siracusa – prosegue il presidente del Consiglio regionale dei Beni culturali – dove ha sede anche l’Istituto per i beni archeologici del Cnr, la scuola di specializzazione in Archeologia e l’Università. Tra l’altro, l’Ibam già lavora in questo senso e proprio da questa sinergia io partirei. La Sicilia potrebbe dimostrare una capacità di proposte che ha perso in questi anni; potrebbe divenire pioniera di idee innovative nel campo dei beni culturali. Potrebbe dunque candidarsi a modello anche per le altre regioni dimostrando così, con i fatti, come l’autonomia – contestata da qualcuno – possa essere un’occasione di rilancio. La Sicilia potrebbe rilanciare con il suo modello di tutela unica di patrimonio culturale, che trovo quello più corretto in Italia, e potrebbe fare un ulteriore passo in avanti superando le barriere tra università, enti di ricerca e istituzioni».
L’idea è, dunque, quella di un coordinamento di sistema pubblico che abbia maggiore efficacia rispetto a quello degli ultimi decenni. E tutto ciò con conseguenze anche in termini occupazioni. «La proposta – dice Volpe – avrebbe incidenza fortissima nel campo della formazione universitaria anche alla luce della crisi del settore dei beni culturali da punto di vista lavorativo e della diminuzione delle iscrizioni. La formazione non è adatta alle esigenze di oggi e in tal senso occorre anche un ripensamento delle Scuole di specializzazione. L’Isola, invece di restare spettatrice davanti a una situazione di stallo, potrebbe divenire protagonista di un cambiamento serio».

Il Consiglio superiore dei Beni culturali annuncia la disponibilità a discutere del progetto con il governo regionale. «Sono disponibile a sostenere l’idea e seguirla in termini pratici – dice Volpe –, in tutte le sue fasi. In questo momento, la Sicilia ha in atto un accordo sottoscritto tra i ministeri ai Beni culturali e quello dell’Università lo scorso 19 marzo, ed è partendo da questo accordo che certo riguarda lo Stato ma può essere esteso alla Regione siciliana che occorre lavorare. Il sottosegretario Faraone, siciliano, potrebbe guardare con interesse a questa prospettiva e certamente anche il direttore del Cnr, Nicolais, ne sarebbe molto interessato così come il presidente dell’Ibam di Catania, Malfitana. Ci sono tutte le condizioni per avviare la rivoluzione: serve adesso che la Regione assuma il suo ruolo e sono pronto a discuterne con il presidente Crocetta e l'assessore ai Beni culturali ben consapevole che questa opportunità sarà per entrambi di grande interesse».
(articolo di Isabella Di Bartolo, riproduzione riservata) 

giovedì 5 novembre 2015

Al museo Salinas i più antichi antenati di boccali da birra e stoviglie Ikea



Si potrebbe definire il più antenato dei boccali da cui sorseggiare la schiumosa bevanda. Sì, perché il “bicchiere campaniforme” esposto al museo Salinas di Palermo era, secondo gli archeologi, usato per gustare una birra primordiale.
E’ questa una delle curiosità in esposizione tra le vetrine del museo archeologico regionale siciliano chiuso per restauro ma aperto con iniziative varie fortemente volute dalla direttrice Francesca Spatafora. Tra queste, la mostra dal titolo “Nutrire la città” allestita in occasione dell’Esposizione universale di Milano dedicata al cibo. Un evento che ha narrato attraverso gli oggetti più antichi della Sicilia, quali fossero le abitudini a tavola dei più antichi abitanti dell’Isola. Ma anche una maniera per scoprire modus vivendi che hanno lasciato tracce nella modernità.
Tra i reperti esposti tra le sale aperte del Salinas, vi è appunto questa sorta di boccale che risale alle ultime fasi dell’età Eneolitica (2000-1800 a.C.) quando si diffuse nel territorio nord-occidentale della Sicilia la cosiddetta cultura del “bicchiere campaniforme” che prende il nome dal bicchiere a forma di campana rovesciata, con il collo stretto e la base allargata il cui uso non è del tutto certo. 
<Tra le ipotesi sulla funzionalità di questa strana tipologia di bicchiere – dice la direttrice Francesca Spatafora - vi è quella che lo associa alla diffusione di bevande particolari: forse sul fondo largo di questo contenitore si lasciavano depositare le scorie della fermentazione dei cereali che, lasciati in acqua per un po’ di tempo, producono una specie di birra più o meno alcolica. L’antenata della nostra bevanda, dunque>.
Un’altra ipotesi spiega la sua presenza sulle tavole siciliane dell’antichità come elemento simbolico di uno status particolare e che, quindi, questo bicchiere fosse utilizzato tra individui di rango elevato. Una coppa per i più abbienti, dunque. <In ogni caso l’arrivo del bicchiere è legato a popolazioni che giunsero dall’Europa sud-occidentale, probabilmente dalla penisola iberica, portando novità antropologiche e culturali in una società in via di cambiamento: si andava infatti progressivamente passando dalla società neolitica di tipo agro-pastorale piuttosto appiattita, a quella più articolata e differenziata dell’Età dei metalli>. Il bicchiere in mostra proviene dalla grotta della collina di Chiaristella presso Villafrati, nel territorio di Palermo, e si data tra l’Eneolitico finale e la prima Età del Bronzo.
In attesa dell'inaugurazione nella sua veste rinnovata, prevista a fine anno, il Salinas non ha mai chiuso le porte ai visitatori ma ha sempre inventato eventi, incontri e, appunto, mostre che hanno dato la possibilità di conoscere anche molti dei pezzi custoditi nei magazzini del museo di Palermo.
Tra le curiosità in esposizione anche alcune particolari ciotole usate da un’èlite siciliana dell’antichità. <Frugando tra le immondizie di palazzo Chiaromonte (Steri) conservate al Museo Salinas – dice la direttrice - abbiamo trovato una trentina di contenitori che facevano parte dei servizi da tavola usati dagli abitanti del palazzo nella prima metà del Trecento. Non erano oggetti di lusso, anzi si tratta di stoviglie piuttosto comuni e utilizzate anche nelle case degli abitanti meno facoltosi di Palermo e dell’area del Palermitano. Hanno tutte la stessa forma adatta a contenere cibo per una persona, hanno la superficie interna impermeabilizzata con una “vetrina” al piombo trasparente e lievemente colorata di verde e sono decorate con tre spirali verdi o brune>. 

Erano realizzate a Palermo, tra la seconda metà del XIII secolo e la prima metà del XIV, da artigiani che imitavano prodotti campani decorati con quattro spirali. Mentre le ceramiche a 4 spirali campane furono prodotte per un ampio mercato mediterraneo: si trovano per esempio a Pisa, Genova, Roma, ma anche in Tunisia e anche in molti siti siciliani come Palermo, Brucato, Monte Iato, Segesta, Marsala, Trapani, Marettimo, Cefalà Diana, Sciacca e altri ancora, quelle a tre spirali di Palermo ebbero una circolazione ridotta, ma erano ugualmente belle come dimostrano i rinvenimenti dello Steri.
<Tutte queste ciotole dello Steri – dice la direttrice Francesca Spatafora - inoltre danno un’idea di quante persone vivessero e mangiassero al palazzo; non solo i signori Chiaromonte ma anche tutti coloro che erano al loro seguito: famiglie, uomini armati, persone incaricate di sovrintendere alla casa, amministratori, cuochi, servi, serve. E’ il respiro quotidiano della vita del palazzo che si può ancora ascoltare frugando tra le immondizie>.
Isabella di bartolo (riproduzione riservata)

venerdì 30 ottobre 2015

Settis, amore e rabbia per il patrimonio culturale della Sicilia



Quando parla della Sicilia, Salvatore Settis è combattuto tra rabbia e amore. La rabbia per una regione che non vuole chiedere aiuto e calpesta se stessa, l’amore per un’Isola che è tra i luoghi più ricchi di bellezza nel mondo.
Così, davanti alle denunce, alle immagini, alle segnalazioni di un patrimonio identitario che, giorno dopo giorno, continua a morire, Settis si sorprende poco. E addita la colpa di quest’incuria culturale a chi gestisce la cosa pubblica e non lo fa. Affatto.
<E’ stata una pessima idea, a mio avviso, affidare alla Regione siciliana, unica in Italia, la tutela totale dei beni culturali – afferma il docente – Il ministero per i Beni culturali conta in tutte le regioni, anche in quelle a statuto speciale come la Sardegna, eppure in Sicilia non conta nulla. L’Isola fa storia a sé, non si compara, resta chiusa in se stessa. Ed è un isolamento a cui ha condotto l’atteggiamento di tanti politici siciliani che, da assessori o presidenti della Regione o, ancora, legati alla gestione dei beni culturali, si occupano della tutela del patrimonio come se la Sicilia fosse uno Stato a sé. Come se lo stretto di Messina definisse un confine netto, non solo geografico, con il resto dell’Italia>.

La “bizzarria”, come la definisce il professore Settis, è che la devoluzione piena alla Regione dei suoi beni culturali sia avvenuta nello stesso anno in cui fu istituito il ministero per i Beni culturali e ambientali. Il Governo italiano, infatti, ritenne necessario dar vita a un dicastero preposto alla cultura, all’arte, al patrimonio storico e ambientale e, appena sei mesi dopo, tolse a se stesso la competenza di tutelare i beni culturali di una delle regioni con la più alta densità di patrimonio. Una bizzarria, appunto.
<Questo rivela la povertà politica italiana già nel 1975 – dice l’archeologo e docente della Normale di Pisa –. Commettere un errore, come è accaduto, non significa tuttavia continuare a ripeterlo come invece succede ancora oggi. In Sicilia, la mancanza di comparazione con altre regioni dà alle amministrazioni regionali una sorta di delirio di onnipotenza. La Regione siciliana ha così l’illusione di poter fare tutto e tale impressione conduce certo a conseguenze negative per il territorio. E’ questa condizione che conduce, ad esempio, a decisioni come quelle di allontanare i soprintendenti più competenti, come accaduto di recente. E tutto ciò lascia intendere che la competenza conti sempre meno in Sicilia>.
Gestione e politica, poi, significa soldi. E quando si parla di beni culturali in Sicilia e denaro lo scenario è quello di sprechi e occasioni perdute. Ma Settis dice di più. <In situazione dominata da questo delirio di onnipotenza da parte della Regione – afferma il docente – e dall’illusione di essere al riparo dalle critiche, l’investimento delle risorse economiche a disposizione del territorio, spesso viene indirizzato sulla base della simpatia politica o sulla scorta di di decisioni extra-tecniche. Credo che il caso del Teatro greco di Siracusa che si sbriciola sia un caso di scuola: i nostri monumenti si sbriciolano per mancanza di manutenzione. Invece è proprio l’attenzione costante, l’intervento programmato che Giovanni Urbani ha sempre raccomandato, la priorità per tutelare il nostro patrimonio. Se tutto ciò manca, tutto crolla. I beni culturali, in fondo, sono come il nostro corpo: bisogna curarlo costantemente. Lo sbriciolarsi del Teatro greco di Siracusa è, appunto, il sintomo di una malattia: sono sicuro che metteranno a posto le pietre fratturate, ma bisogna curare le ragioni della malattia>.
Professore, perché è così difficile in Sicilia coniugare la salvaguardia del patrimonio con lo sviluppo del territorio? Quali sono i motivi di questo mancato connubio?
<La difficoltà nasce da una carenza di cultura istituzionale. E in tal senso, intendo due cose. Un assessore regionale dovrebbe sapere che nelle Soprintendenze e nei musei debbano lavorare figure di altissima competenza e questo, invece, accade in alcune istituzioni e in altre no. Di certo, la maggioranza degli assessori regionali non hanno mostrato attenzione alla vera competenza; piuttosto molti sono stati più attenti al fatto che soprintendenti e direttori di musei fossero ubbidienti più che preparati. Ebbene, l’ubbidienza alla politica non è una virtù, lo è invece la competenza. Una vera cultura istituzionale è quella capace di dare alla competenza il suo valore. L’altra mia riflessione a proposito del difficile connubio tra tutela e sviluppo è la concezione stessa del patrimonio: anche in Sicilia vale la Costituzione della Repubblica e il suo articolo 9, almeno così dovrebbe essere. L’art. 9 della Costituzione è chiaro: dice che il paesaggio e il patrimonio appartengono ai cittadini a titolo di sovranità, e se i monumenti e il paesaggio sono di tutti i cittadini e fanno parte dell’identità nazionale e del possesso a titolo di sovranità, allora questo deve essere il punto dominante. Non la rincorsa ai turisti che, certo, hanno diritto ad ammirare e godere la bellezza dei luoghi. Ma il patrimonio è di chi vive in questi luoghi. Non si può trasformare una città d’arte e cultura in una Disneyland per turisti ma la prima cosa, quella fondamentale, è custodire il patrimonio per i cittadini che ne sono i proprietari legittimi. E questo senso istituzionale che manca e non solo in Sicilia. L’art. 9 della Costituzione dice che il livello di tutela e i criteri di valorizzazione del patrimonio debbono essere identici in tutto il territorio italiano: non è così. E il caso massimo è proprio la Sicilia che non viene più comparata al resto d’Italia>.
Salvatore Settis ricorda, a tale proposito, che quando era presidente del Consiglio superiore dei beni culturali chiese notizie del patrimonio siciliano senza, tuttavia, ottenere notizie. Gli uffici del ministero, infatti, non sapevano alcunché della Sicilia e dei suoi beni. La situazione non è cambiata oggi perché il ministero per i Beni culturali non conosce nemmeno le statistiche, i numeri di musei e luoghi d’arte e cultura siciliani. <E allora – dice Settis – se la situazione è questa, come si può sperare di essere riconosciuti per quello che si è: uno dei più grandi fiori all’occhiello del patrimonio italiano? Forse nessuna regione della nostra Penisola può competere con la Sicilia per bellezza>.
La gestione di monumenti e musei è spesso legata anche al ritorno economico di questi beni. Un piccolo gioiello-museo come quello di Lentini, per esempio, è fanalino di coda in Italia e mantenere luoghi che non offrono prospettive di introito è spesso al centro del problema gestionale siciliano. Lei cosa ne pensa?
<Affido il mio commento alle parole sentenze dell’art. 9 che asserisce come il valore culturale dei beni sia al di sopra di qualsiasi significato economico. Non possiamo accettare che se un museo non ha incassi sufficienti a coprire i costi del suo mantenimento, debba chiudere. Se questo è il criterio, allora chiudiamo tutte le scuole elementari e medie d’Italia perché certamente non portano guadagni. Musei, teatri, luoghi d’arte sono aspetti della cultura vitali per la salute mentale dei cittadini tutti, per la creatività di un popolo e per le nuove generazioni a cui si potranno assicurare le condizioni della creatività che poi, a loro volta, dedicheranno al futuro in ogni settore e professione. Se parliamo di ragioni meschine, quando si parla di cultura, allora stiamo commettendo suicidio. Anzi, stiamo per premere il grilletto>.
Professore, cosa pensa dei prestiti delle opere d’arte e delle grandi mostre che la Sicilia non allestisce?
<Il business delle mostre, certo, va rivisto seppur non radicalmente. Non sono affatto convinto che si facciano troppe mostre in Italia ma il punto dev’essere: cosa si fa. Una mostra, rispetto alle collezioni permanenti, è un’occasione per pensare e ha senso quando riesce ad accostare oggetti che di solito si trovano in musei diversi. Ad esempio, la mostra dei quadri di Raffaello al Prado o al Louvre che consente di vedere, tutti insieme opere di uno stesso autore, di uno stesso periodo. E questa è un’occasione unica. Oggi invece prevale l’idea di mostre del tutto pretestuose in cui o si chiede in prestito un pezzo, come i frontoni del Partenone all’Hermitage o il quadro “La ragazza con l’orecchino di Perla” a Bologna che diventa un’icona. Noi invece non abbiamo bisogno di icone da adorare ma di arte che ci faccia pensare. E questo è invece quello che sta accadendo. Le opere prestate dalla Sicilia, come il Satiro di Mazara, se comparato con altre statute ha senso. Se invece si prende un oggetto, unico ed iconico, no. E a dimostrazione di ciò vi è il fatto che far circolare le opere siciliane nel mondo non fa, poi, arrivare turisti in Sicilia. L’assenza quasi totale, l’incapacità di produrre grande mostre in Sicilia è molto chiara a differenza di regioni simili, per bellezza e patrimonio, come la Toscana che, invece, allestisce eventi nel segno della grande arte. Spero che non sia sempre così>.
Come può la Sicilia salvare il suo patrimonio e guardare al futuro?
<Ci vuole umiltà. E vorrei ricordare che l’articolo 9 della Costituzione venne proposto da un siciliano, Concetto Marchesi, che era un grande latinista e rettore dell’Università di Padova, poi senatore della Repubblica. Fu proprio lui ad evidenziare come fosse necessario evitare che le regioni, a cominciare dalla Sicilia, tenessero per sé il patrimonio e la sua gestione facendone strazio. Con Aldo Moro, propose di evitare la regionalizzazione dei beni culturali. Se oggi Marchese fosse vivo, direbbe: quanto avevo ragione>.
Isabella di bartolo (articolo pubblicato sul quotidiano La Sicilia, riproduzione riservata)