La passione per i libri antichi infiamma il mercato clandestino sin dal Dopoguerra e racconta storie di uomini e di denaro. E proprio una storia di queste vede protagonista la biblioteca Lucchesiana di Agrigento considerata una delle più importanti d’Italia con i suoi 80.000 preziosi volumi antichi.
Qui sono tornati due manoscritti quattrocenteschi di opere latine e un dizionario italiano-latino in tre tomi: rari libri rubati e messi in vendita da un privato e da una libreria, pronti a essere messi all’asta. A ritrovarli, dopo lunghe peripezie, sono stati i Carabinieri del nucleo tutela patrimonio culturale attraverso due diverse operazioni che hanno consentito alla Lucchesiana di riavere tra le sue pregiate vetrine lignee il Bellum Catiliniarium et Bellum Iugurthinum di Sallustio che un amanuense fiorentino ha ricopiato su pergamena nel 1440; l’Ars Nova di pseudo-Cicerone firmato da Bonaccorso da Pesaro nel marzo del 1435 a Firenze.
A segnalare questi beni è stata la casa d’asta londinese Christie’s facendo così avviare le lunghe e laboriose indagini, mentre è stata una foto del Dizionario siciliano italiano latino di padre Michele Del Bono della Compagnia di Gesù dedicato al principe di Campo Fiorito, a far sì che si recuperassero i tre tomi pubblicati a Palermo, nella stamperia di Giuseppe Gramignani negli anni 1751-1754; erano stati rubati e messi in vendita in una libreria di Catania.
Libri preziosi che erano parte del patrimonio della biblioteca fondata da Andrea Lucchesi Palli, vescovo di Girgenti, e regalata alla sua città tra moniti e generosità: “Non si paga niente, si va più ricchi, si ritorna spesso” scriveva il mecenate.
Un lascito travagliato che solo negli ultimi decenni è stato rispettato da Agrigento – come denunciava anche Luigi Pirandello - e che oggi rappresenta un patrimonio grandioso di proprietà della Curia e gestito dal parco archeologico della valle dei Templi che fornisce il personale e sovvenziona la biblioteca.
“Il mercato clandestino dei libri antichi in Sicilia è fiorente – commenta il maggiore Gianluigi Marmora comandante del nucleo tutela di Palermo -, si tratta soprattutto di beni ecclesiastici che in passato non sono stati catalogati e inventariati ed è stato quindi molto più facile farli sparire specie negli anni del Dopoguerra e così fino agli anni Settanta. Erano epoche in cui chi aveva accesso alle biblioteche o ai beni della chiesa poteva regalare o vendere questi tesori facilmente e, come è accaduto per questi manoscritti, sarebbero passati decenni prima che qualcuno si fosse accorto della sparizione”. E’ probabile che questi manoscritti sino spariti dalla Lucchesiana subito dopo la Seconda guerra mondiale e poi si siano persi tra compravendite varie.
Nuova luce, dunque, per la biblioteca che il conte Lucchesi Palli volle “senza risparmio di fatiche né di spese” raccogliendo i 14.000 volumi di famiglia e altri rari libri e aprendola a tutti nel 1765, arredata con i mobili, gli scaffali e i tavoli da lettura da lui donati.
Oltre al fondo storico, la Lucchesiana custodisce testi della biblioteca centrale e Comunale di Palermo con 31 codici arabi che, da soli, rappresentano il 90% dei manoscritti orientali nelle biblioteche della Sicilia. Dei suoi 80.000 volumi, la metà appartengono a periodi precedenti all’Ottocento e dedicati a scienze, teologia, letteratura e diritto. Tra i più preziosi si annoverano oltre 60 incunamboli – primi libri “stampati” dell’antichità – quali la Historia naturalis di Plinio, stampato a Roma nel 1472, l’Erodoto, stampato dai De Gregorio a Venezia nel 1494, con frontespizio ricco di fregi rinascimentali e la Geographia di Strabone stampata a Venezia da Giovanni Rosso nel 1494. Ancora, codici miniati, ovvero arricchiti da miniature e, tra i manoscritti, un Virgilio del 1444 firmato dall’amanuense Lentius Felix e la Cronica della guerra di Messer Bernabo col popolo di Firenze, della fine del 1400.

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